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Lo scorso novembre il presidente Modi ha dato vita a un inedito esperimento finanziario, ritirando dalla circolazione tutte le banconote da 500 e 1.000 rupie. Tra polemiche e proteste, l’economia del Paese continua a crescere.

Un passo verso la digitalizzazione

L’India abolisce le banconote di grosso taglio per contrastare la corruzione e fa un balzo verso la digitalizzazione della propria economia. Ma non mancano polemiche e scetticismo.

Tutto è iniziato a novembre del 2016, quando il governo del premier Narendra Modi ha dato vita a un esperimento finanziario di dimensioni mastodontiche: il ritiro dalla circolazione di tutte le banconote da 500 e 1.000 rupie (rispettivamente circa 7 e 13 euro ), molto diffuse sul mercato nero e piuttosto facili da falsificare.

“A partire dal 10 novembre 2016, società, imprese, trust ecc. in possesso di queste banconote possono portarle presso qualsiasi sportello bancario e ricevere in cambio un accredito di pari ammontare sul proprio conto corrente. Per le esigenze immediate, una cifra fino a un massimo di 4mila rupie a persona può essere cambiata in contanti”.

Reserve Bank of India, 8 novembre 2016.

L’obiettivo principale del governo indiano è quello di contrastare l’economia sommersa, esercitando un maggiore controllo sul mercato nero. Parallelamente, Modi spera di spingere la popolazione a depositare in banca i propri risparmi e a pagarci sopra le tasse, visto che in India l’evasione fiscale è altissima.

Ma l’opera di demonetizzazione ha anche dato impulso al passaggio del Paese verso un’economia più digitale: stando all’Economics Times[1] infatti, tra l’8 novembre del 2016 e la fine di marzo 2017 i pagamenti digitali in India sarebbero quadruplicati rispetto a un anno prima.

La crescita indiana rallenta?

Naturalmente l’intera operazione ha comportato polemiche e qualche difficoltà per la numerosissima popolazione del Paese: nei giorni successivi all’entrata in vigore del provvedimento si sono formate infinite code agli sportelli, ai supermercati e davanti ai distributori di benzina, senza parlare dei terminali atm prosciugati e dell’ondata di proteste e scioperi contro la mossa di Modi.

Ma il governo indiano non è tornato sui suoi passi e ha continuato a difendere la sua decisione anche di fronte ai numeri sull’andamento del PIL nel quarto trimestre dell’esercizio 2016-2017 (conclusosi il 31 marzo), che indicano un rallentamento della crescita al +6,1%, rispetto al 7,0% del terzo trimestre. Il dato relativo all’intero esercizio 2016-2017 si è attestato invece al 7,1%. Si tratta comunque di una crescita di tutto rispetto, se pensiamo che il PIL dell’altro gigante asiatico, la Cina, è aumentato del 6,7% nel 2016 (cliccate qui[2] per approfondire il panorama politico, economico e finanziario dell’India).

Il rallentamento della crescita tra l’altro, ha rilevato il ministro dell’Economia indiano, Arun Jaitley, è dettato da molteplici fattori, tra cui la situazione a livello globale e le mosse protezionistiche di alcuni Paesi sviluppati. Non solo: i primi segnali di rallentamento erano visibili già prima della demonetizzazione annunciata da Modi. Non esiste infatti un nesso causale diretto così a breve termine tra l’operazione di demonetizzazione e la crescita economica.

Il ritiro delle banconote fa parte di un programma di riforme più ampio varato dal governo per contrastare la corruzione, sottolinea Columbia Threadneedle. In particolare, l’introduzione di un’imposta nazionale su beni e servizi, proposta per luglio, sostituirà almeno 15 diversi codici d’imposta a livello centrale e statale, riducendo l’evasione fiscale, la burocrazia e i costi logistici. Il premier indiano ha inoltre incrementato la spesa per infrastrutture e dato impulso alla digitalizzazione, spingendo 200 milioni di indiani che ne erano sprovvisti ad aprire conti bancari, e ha alzato i limiti agli investimenti esteri per settori come le assicurazioni, la difesa e la produzione manifatturiera. A marzo, la vittoria schiacciante del suo partito (BJP) alle elezioni in Uttar Pradesh con il più ampio margine degli ultimi 30 anni ha rappresentato un voto di fiducia per le sue riforme.

Il mercato azionario apprezza

Anche l’andamento del mercato azionario sembra dare riscontri positivi: uno dei principali indici di riferimento, il MSCI India, segna un rialzo del 13% da inizio anno, che si confronta con il +8% del più ampio MSCI Emerging Markets (vedere grafico). L’India si posiziona così tra le migliori piazze mondiali da inizio anno.

Per Viktor Nossek, direttore della ricerca di WisdomTree in Europa, “l’India si trova in un interessante crocevia storico, grazie a una leadership che sta attuando in maniera proattiva riforme difficili, mirate a una crescita a lungo termine. I due pilastri dell’economia del Paese, ossia i consumi e la demografia favorevole, fanno registrare incoraggianti previsioni di crescita”.

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References

  1. ^ Economics Times (economictimes.indiatimes.com)
  2. ^ cliccate qui (www.adviseonly.com)