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L’esito delle elezioni anticipate nel Regno Unito si è rivelato un azzardo sbagliato per il premier Theresa May, che pur partendo da un vantaggio di 24 punti percentuali all’inizio della campagna elettorale, è finita per dissiparlo quasi interamente, trascinando i suoi Tories in una vittoria monca, avendo perso la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Serve un’alleanza con i protestanti unionisti nord-irlandesi, che con i loro 10 seggi consentiranno alla destra di godere dei numeri sufficienti per governare.

Certo è che dentro al Partito Conservatore ci si interroga sul significato della mezza sconfitta incassata. Due le possibili analisi parallele: un rifiuto dell’austerità imposta sin dal primo governo di David Cameron nel 2010 e il rigetto di quella che viene percepita forse come una “Brexit” ideologica, ovvero a prescindere dagli interessi nazionali. (Leggi anche: Elezioni UK, risultati shock: rischio caos Brexit[1])

Tories arrabbiati con il loro premier

E’ probabile che i due temi siano stati alla base della vittoria dimezzata dei Tories, tanto che già le agenzie di rating suonano l’allarme sui conti pubblici britannici, intravedendo il rischio che la spesa cresca quest’anno e nel 2018, in scia al risultato favorevole al Partito Laburista di Jeremy Corbyn, che ha presentato un programma fondato proprio sul “tassa e spendi” di socialista memoria.

E’ certo che i Tories siano imbufaliti contro il premier, tanto che oggi l’attendono i 1.922 membri nazionali in un clima non certo di applausi, bensì di “silenzio”, stando alla stampa britannica. Un po’ tutti ce l’hanno con la May, ma la sua leadership al momento appare non così debole come commentano gli analisti internazionali, perché nessuno realisticamente ambisce in questa fase a rimpiazzarla alla guida di un governo con numeri fragili. (Leggi anche: Crisi economica europea: e se la soluzione fosse il piano Corbyn?[2])

Verso una soft Brexit?

I ministri pro-Brexit sono stati tutti confermati, un aspetto apparentemente paradossale, ma che si giustifica con lo scarso peso negoziale che la May attualmente possiede nei confronti del suo partito. Richiamato in servizio Michael Gove, uno dei più convinti sostenitori della Brexit in campagna referendaria, nonché promossa a capo dei Tories in Parlamento Andrea Leadsom, anch’ella pro-Brexit. Ciò nondimeno, si parla a Londra di “soft” Brexit, ovvero di un atteggiamento più responsabile verso il negoziato con la UE, che non metta a rischio la permanenza nel mercato comune, lo spazio unico da 500 milioni di consumatori.

Il problema sta nella confusione che è solamente aumentata a Downing Street da giovedì scorso, tanto che un alto funzionario europeo ha rivelato che se il governo britannico non si trovasse pronto all’avvio delle trattative con la UE, il capo-negoziatore per i 27 stati europei, Michel Barnier, potrebbe decidere di “congelare” i colloqui per un anno. (Leggi anche: Hard Brexit, Londra fuori anche da mercato comune[3])

L’accordo su Brexit con nord-irlandesi

Il mantra del premier May resta lo stesso: “meglio nessun accordo, piuttosto che uno cattivo”. Dovrà spiegare, però, stasera la sua strategia ai quasi 2.000 delegati conservatori, che ascolteranno le sue conclusioni sui risultati elettorali e sul rilancio dell’azione di governo. L’unica consolazione per i Tories potrebbe essere il pessimo risultato anche dei nazionalisti scozzesi, che hanno perso 19 seggi e così il secondo referendum sull’indipendenza della Scozia da loro richiesto avrebbe perso quota.

D’altra parte, resta da verificare i termini del patto tra Tories e unionisti nord-irlandesi, che formalmente dovrebbe essere siglato domani, ma che si sa contemplerà il sostegno dei secondi alla Brexit, in cambio di “frontiere senza frizioni” con l’Irlanda. In buona sostanza, da un lato Londra avrebbe campo libero a negoziare con Bruxelles per il divorzio, dall’altro dovrebbe cercare il modo di trovare relazioni più amichevoli con gli irlandesi, a tutela degli interessi economici e politici, oltre che umani, dell’Ulster. La UE farà di tutto, al contrario, per confermare la politica di pari trattamento tra tutti i suoi stati e difficilmente accetterà in prima battuta uno status particolare per Dublino. (Leggi anche: Brexit adesso nelle mani degli irlandesi[4])

Fine 1° parte. Vai a pagina 2[5]

References

  1. ^ Elezioni UK, risultati shock: rischio caos Brexit (www.investireoggi.it)
  2. ^ Crisi economica europea: e se la soluzione fosse il piano Corbyn? (www.investireoggi.it)
  3. ^ Hard Brexit, Londra fuori anche da mercato comune (www.investireoggi.it)
  4. ^ Brexit adesso nelle mani degli irlandesi (www.investireoggi.it)
  5. ^ Vai a pagina 2 (www.investireoggi.it)