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Il debito pubblico italiano ad aprile ha toccato un nuovo massimo storico, sfondando i 2.270 miliardi di euro. Nonostante ciò, il 12 giugno scorso è stata registrata dal Tesoro un’asta record per i rendimenti negativi dei BoT a 1 anno, segno che la domanda resterebbe solida, pur in presenza di passività gigantesche. L’incongruenza si spiegherebbe con la politica monetaria ultra-espansiva della BCE, la quale acquistando tra gli assets inclusi nel “quantitative easing” anche e, soprattutto, titoli di stato degli stati membri dell’Eurozona, Grecia esclusa, ne abbassa i rendimenti. Per valutare quanto realmente appetibili siano i nostri bond, dovremmo allora volgere lo sguardo a un altro indicatore, vale a dire alla quota di debito detenuta dagli investitori stranieri, questi ultimi molto sensibili al fattore rischio paese.

Alla fine del 2010, prima che in Italia esplodesse la potente crisi dello spread, gli stranieri (banche, fondi, assicurazioni e investitori individuali) detenevano il 44% del nostro debito pubblico, ovvero una cifra corrispondente a 811 miliardi di euro. Tuttavia, appena sei mesi prima, la percentuale toccava il 51,4%, pari a circa 900 miliardi. E alla fine del 2008, la percentuale era ancora più alta, ovvero al 54,35%, pressappoco sui 904 miliardi. (Leggi anche: Debito pubblico italiano segna nuovo record[1])

Fuga di capitali stranieri con crisi spread

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Con la crisi finanziaria, la fuga dei capitali stranieri dall’Italia si è tradotta in una percentuale sempre più bassa di titoli in possesso degli investitori esteri. La loro quota restava ancora poco sopra il 40% al giugno del 2012, scendendo a meno di 800 miliardi. Da allora, il tracollo è stato palese. Il 2016 si è chiuso con 725 miliardi di debito sovrano tricolore in mani straniere, appena il 32,2% del totale e al marzo scorso si registrava un ulteriore calo sotto al 31% e per un monte-titoli di 696 miliardi.

In valore assoluto, il debito pubblico italiano tra la fine del 2008 e l’aprile scorso è cresciuto di 607 miliardi, mentre la quota detenuta dagli stranieri è diminuita di oltre 200 miliardi. Il sistema bancario italiano, compresa la Banca d’Italia, possiede quasi la metà dell’intero stock (45,7%). Per effetto del QE, la quota di debito in mano a Palazzo Koch è triplicata in appena due anni al 15,6%, passando da 119,3 a 352,6 miliardi. (Leggi anche: Italia sotto attacco finanziario: le ragioni della fuga di capitali[2])

Stiamo tornando all’era pre-euro

I 233 miliardi e rotti di titoli in più sono stati rastrellati attraverso il QE, l’80% del totale previsto dal programma della BCE. Quest’ultima di debito italiano ne ha in cassa per oltre 88 miliardi, sostanzialmente stabile rispetto ai mesi immediatamente pre-QE, in quanto sono arrivati nel frattempo a scadenza bond acquistati nel 2011 con il cosiddetto “Securities markets program”, quando la crisi dello spread era divenuta dirompente.

In pratica, nell’ultimo quinquennio, in particolare, stiamo facendo sostanziali passi indietro. Si pensi che all’inizio degli anni Novanta, poco più del 5% del debito era in mano a stranieri, percentuali salita a oltre un quarto prima dell’adesione ufficiale dell’Italia all’euro e raddoppiata nel corso del decennio successivo. E’ chiaro che i capitali che si erano riversati dall’estero sui nostri bond furono allettati dalla fiducia verso il progetto dell’unione monetaria, che sembrava sostanzialmente avere annullato il rischio sovrano.

Fine 1° parte. Vai a pagina 2[3]

References

  1. ^ Debito pubblico italiano segna nuovo record (www.investireoggi.it)
  2. ^ Italia sotto attacco finanziario: le ragioni della fuga di capitali (www.investireoggi.it)
  3. ^ Vai a pagina 2 (www.investireoggi.it)