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Mercati azionari in affanno: l’ennesimo tonfo, alla vigilia dei prezzi ha portato il petrolio a scivolare in una condizione di mercato orso. Investitori e trader sull’attenti, visto che diversi asset finanziari potrebbero scontare le continue vendite sul petrolio e, in generale, sul mercato delle materie prime. La paura ora è soprattutto sulla Federal Reserve, che ha definito il trend debole delle pressioni inflazionistiche alla stregua di un fenomeno transitorio e che ora rischia di essere smentita e ulteriormente criticata per il rischio di aver dato il via a un ciclo di normalizzazione dei tassi di interesse prematuro.

L’avversione al rischio ha portato gli investitori a posizionarsi fin dalle prime ore del mattina sullo yen e sull’oro, quest’ultimo reduce da cinque sessioni consecutive di perdite. Le quotazioni dell’oro salgono a $1.246 l’oncia circa.

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Tra gli indici azionari globali più penalizzati dallo scivolone di ieri dei prezzi del petrolio, lo S&P/ASX 200 australiano, che ha perso oggi -1,6%, azzerando i guadagni dell’anno. Vendite soprattutto sui titoli energetici, come BHP Billiton e Rio Tinto. Il listino dei mercati emergenti MSCI Emerging Markets Index è sceso dello 0,6%.

Sul valutario, ancora sotto pressione la sterlina, scambiata sul dollaro a $1,26. Euro poco mosso a $1,1136 mentre il dollaro cede terreno nei confronti della sterlina, a JPY 111,18.

Tornando al petrolio, il mercato è sceso ufficialmente nella condizione di mercato orso nella giornata di ieri, zavorrato dai continui numeri che sembrano indicare un aumento dell’offerta a livello globale, a dispetto degli sforzi dell’Opec e di alcuni paesi non Opec tesi a osservare un limite massimo di output.

Queste preoccupazioni hanno portato i prezzi del contratto WTI a chiudere la sessione di martedì in calo di oltre -20% rispetto al picco testato a febbraio. I futures hanno concluso la sessione di martedì cedendo -2%, a $43,23, al valore di chiusura minimo dallo scorso 16 settembre.

D’altronde, la Libia – esonerata dall’accordo sui tagli alla produzione – sta producendo ai ritmi record in quuattro anni. Il Brent ha chiuso in flessione dell’1,9% a $46,02. Entrambi i contratti continuano a perdere terreno anche nella giornata di oggi.

Inoltre, stando al report della società parigina KPler SAS, le quantità di petrolio immagazzinata nelle cisterne ha testato questo mese il valore più alto del 2017, con i volumi più elevati che sono stati individuati nel Mare del Nord, a Singapore e in Iran.