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Passiamo tutta la vita a ricercare la felicità e a volte la troviamo. Secondo alcuni studi, però, è il tempo a dettare le regole del gioco e i 50enni sono i più penalizzati.

La ricerca della felicità, insieme al diritto alla vita e alla libertà, è uno dei tre diritti inalienabili citati nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America[1]. Si tratta dunque, da sempre, di uno dei grandi scopi dell’umanità. Ma in quale punto del cammino della vita di un uomo si incontra davvero la felicità?

Come emerge da uno studio[2] di due economisti inglesi, Blanchflower e Oswald (specializzati nella cosiddetta “economia della felicità”), la mezza età sembra essere il periodo in cui si è più infelici. Questa ricaduta psicologica è legata a numerosi fattori, anche esterni, che pesano sulla condizione psichica individuale.

Gli studi sulla ricerca della felicità e sul raggiungimento della condizione hanno preso in esame 1.3 milioni di persone provenienti da 51 Paesi di tutto il mondo e, nel complesso, hanno condotto all’evidenza che le persone più infelici sono proprio i cinquantenni.

Tuttavia, se la felicità di cui si gode nel primo arco della propria vita (con picchi alti verso i vent’anni) è destinata a sprofondare dopo i quarant’anni, non bisogna scoraggiarsi: tenendo duro, si può tornare ad essere felici. Infatti, dopo il drastico calo riscontrato nella mezza età, pare che il sorriso torni ad albergare sui nostri volti: dai 60 anni in poi è una strada dritta verso felicità e soddisfazione. Ma perché?

Come cambia la nostra felicità

Ambire alla felicità, dunque, ci costringe a fare un giro sulle montagne russe: stando ai dati campionari raccolti con le survey, la felicità ha la forma della lettera “U”.

Ma oltre ad osservare i meri dati, possiamo cercare di capire le ragioni dietro questi cambiamenti d’umore e di benessere psicologico che attraversiamo lungo l’arco della nostra vita.

  • Vent’anni: pronti a conquistare il mondo. Che da bambini sia facile essere felici lo si sa, ma anche i giovani adulti non si ritengono poi così sconfortati dalla vita. Questo accade perché a vent’anni si ha la consapevolezza di avere “tutta la vita davanti a sé” e si è ben disposti ad affrontare le sfide di ogni giorno con entusiasmo e con una buona dose di ottimismo. La speranza di avere successo è ancora forte e tutto sommato, sino ai 30 anni, ci si può reputare abbastanza felici.
  • Tra i trenta e i quarant’anni: niente illusioni. Oggi più che mai, a trent’anni non è detto che si sia raggiunta la piena realizzazione di sé: il lavoro forse non è ancora quello sperato, ma c’è ancora una dose di energia che ci spinge a far sì che i propri obiettivi vengano realizzati. Malgrado ciò, le responsabilità cominciano a pesare e le illusioni vengono meno. Questo è il momento in cui il pessimismo inizia a bussare alla porta.
  • Cinquant’anni: alea iacta est Giunti ai cinquant’anni donne e uomini hanno generalmente un grande bisogno di ritrovare la propria autostima, spesso persa per strada insieme alla felicità: il fondo del barile è stato raggiunto. Tutto sembra suggerirci che la partita è già stata giocata e che, se persa, non è concessa alcuna rivincita.
  • Dai 60 in poi, lasciamoci alle spalle i problemi. Una volta raggiunti i 60 anni si può tirare un sospiro di sollievo. Lasciate alle spalle le delusioni, la pensione è ormai vicina e si può ritornare a sorridere: si accetta che ciò che è stato è stato e si fa tesoro delle esperienze vissute, riacquistando autostima e tranquillità. Ma soprattutto, dai sessanta in avanti si ha più tempo per sé stessi.

Tempo = felicità

Abbiamo visto come nell’età più anziana l’avere tempo libero a disposizione sia uno dei fattori che contribuiscono al ritrovamento del benessere psicologico. Non i soldi, infatti, come già evidenziato dal paradosso di Easterlin[3], sarebbero i protagonisti della felicità, bensì il tempo: lo dimostrano i dati di una ricerca[4] condotta dalle università di Harvard, British Columbia, Maastricht e Amsterdam e pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).

I soldi comprano, sì, ma l’acquisto che ci rende più felici è il tempo per noi stessi e per le cose che ci interessano. Comprare del tempo libero significa usare i soldi per permettersi di ritagliare spazio per sé: assumere una donna delle pulizie che faccia il lavoro domestico al proprio posto, delegare commissioni, e via dicendo. Tutto ciò che può servirci a risparmiare tempo prezioso per noi stessi.

Lo studio, però, è stato condotto su seimila persone (provenienti da Canada, Stati Uniti, Danimarca e Olanda) che, alla base, hanno i mezzi economici per soddisfare pienamente i bisogni fondamentali.

Il lavoro, veicolo per ottenere il denaro, ci ha resi più poveri in termini di tempo: più si lavora per arricchirsi, e meno tempo si ha a disposizione. Per questo dalla ricerca è emerso che chi ne ha le possibilità si serve dei soldi per liberarsi dagli impegni quotidiani e considera la felicità come strettamente collegata al tempo libero.

Se non siete ancora convinti del fatto che non siano i soldi a comprare la felicità, la ricerca di Happy Planet Index[5] dissiperà ogni dubbio: il Paese più felice del mondo? È il Costa Rica, con un PIL pro-capite[6] inferiore a un quarto di quello di molti Paesi dell’Europa occidentale e del Nord America. La felicità del Costa Rica sta nel rapporto con l’uso delle risorse: la grande sensibilità per le fonti rinnovabili di energia, l’impegno sociale ed ecologico e la promozione di un turismo sostenibile che fa della ricchezza naturale il punto di forza del Paese.

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References

  1. ^ Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America (it.wikiquote.org)
  2. ^ da uno studio (www.andrewoswald.com)
  3. ^ paradosso di Easterlin (it.m.wikipedia.org)
  4. ^ lo dimostrano i dati di una ricerca (www.pnas.org)
  5. ^ la ricerca di Happy Planet Index (happyplanetindex.org)
  6. ^ un PIL pro-capite (www.adviseonly.com)