CONDIVIDI

Chi vuole conoscere lo stato di salute del mercato del lavoro in Italia, può darsi una botta di vita leggendo i rapporti dell’ISTAT[1], l’Istituto Nazionale di Statistica, che attraverso studi periodici sintetizza i dati sulle tendenze dell’occupazione forniti dal ministero del Lavoro, dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS), dall’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (INAIL) e dall’Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro (ANPAL).

Oltre a leggerli, però, questi dati bisogna saperli interpretare. E, soprattutto, non fermarsi al puro e semplice tasso di disoccupazione. Insomma, la faccenda è più complessa di quanto si possa credere. Ma noi proviamo a rendervela un po’ più semplice con questa breve guida.

Occupati e disoccupati: conosciamoli meglio

Gli occupati sono le persone di 15 o più anni d’età che, nella settimana alla quale sono riferite le informazioni:

  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;
  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;
  • sono assenti dal lavoro per ferie, malattia o cassa integrazione.

Secondo l’Istat, rientrano invece nella categoria “disoccupati” le persone tra i 15 e i 74 anni d’età che non hanno un’occupazione. Ossia:

  • coloro che hanno cercato lavoro nelle quattro settimane precedenti a quella cui sono riferite le informazioni e che sono disponibili a lavorare o ad avviare un’attività autonoma entro le due settimane successive;
  • coloro che inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento dell’indagine e che sarebbero disponibili a lavorare o ad avviare un’attività autonoma entro le due settimane successive, se fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro.

L’insieme delle persone occupate e disoccupate si chiama “forza lavoro”.

Esistono diversi tipi di occupazione

Il lavoro può essere:

  • a chiamata o intermittente: regolato da un contratto tramite il quale un lavoratore si mette a disposizione di un datore di lavoro per lo svolgimento di una prestazione lavorativa, appunto, “su chiamata”;
  • somministrato: quando un’agenzia di lavoro autorizzata assume lavoratori che poi saranno utilizzati temporaneamente da altre imprese;
  • a termine o a tempo determinato, se il rapporto di lavoro è vincolato a una data di scadenza;
  • permanente o a tempo indeterminato, per il quale non è definito alcun termine di scadenza;
  • indipendente, quando non prevede vincoli formali di subordinazione: è il caso degli imprenditori, dei liberi professionisti, dei lavoratori autonomi, dei coadiuvanti nell’azienda di un familiare, dei soci di cooperativa, dei collaboratori con e senza progetto e dei prestatori d’opera occasionali.

Come si calcola il tasso di disoccupazione (o di occupazione)

Il tasso di disoccupazione è il rapporto percentuale tra i disoccupati di una determinata classe di età – generalmente over 15 – e l’insieme di occupati e disoccupati (la forza lavoro) della stessa classe di età.

Per tasso di occupazione si intende invece il rapporto percentuale tra gli occupati di una certa classe d’età – in genere tra i 15 e i 64 anni – e la popolazione residente totale di quella determinata classe di età.

Poi c’è il tasso di disoccupazione di lunga durata, che è il rapporto tra le persone in cerca di occupazione da almeno 12 mesi e le forze di lavoro (occupati più disoccupati).

Destagionalizzato, congiunturale, tendenziale: che vuol dire?

Vediamo di fare chiarezza su qualche tecnicismo:

  • è destagionalizzato il dato depurato dalle fluttuazioni attribuibili alla componente stagionale e dovute, per esempio, a fattori meteorologici, consuetudinari, legislativi. Questa correzione può riguardare anche i cosiddetti “effetti di calendario”, se significativi (per esempio ferie estive o vacanze natalizie, eccetera);
  • il dato congiunturale misura la variazione (in termini assoluti o percentuali) rispetto al periodo precedente (per esempio, febbraio rispetto a gennaio o quarto trimestre rispetto al terzo, eccetera);
  • il dato tendenziale misura la variazione (sempre in termini assoluti o percentuali) in confronto con lo stesso periodo dell’anno prima (per esempio, marzo 2018 rispetto a marzo 2017 oppure primo trimestre 2018 rispetto al primo trimestre 2017, e via dicendo).

Che differenza c’è con i tassi di attività e inattività?

Gli inattivi sono coloro che non fanno parte della forza lavoro, dal momento che non hanno un’occupazione (e quindi non sono classificabili come occupati) e neanche non ne cercano una (dunque non si possono definire disoccupati).

In questa categoria rientrano gli “scoraggiati”, ovvero gli inattivi di età compresa tra i 15 e i 64 anni che non hanno cercato lavoro nelle quattro settimane precedenti l’intervista perché ritengono di non riuscire a trovarne uno.

Ciò premesso, chiariamo che per tasso di attività si intende il rapporto percentuale fra le persone appartenenti alle forze di lavoro in una determinata classe di età (in genere 15-64 anni) e la popolazione residente totale di quella determinata classe di età.

Specularmente, il tasso di inattività è il rapporto percentuale tra le persone che non appartengono alle forze di lavoro in una determinata classe di età (in genere 15-64 anni) e la popolazione residente totale di quella determinata classe di età.

Tutto ciò detto, cosa andare a guardare?

Il primo indicatore che tutti noi guardiamo quando vogliamo sapere in che condizioni è il mercato del lavoro è il tasso di disoccupazione. Un parametro sicuramente valido, ma in sé non sufficiente a restituire un quadro completo. Molto meglio è prendere nella dovuta considerazione anche il tasso di occupazione, perché ci aiuta a farci un’idea sulla dinamicità e sul recupero (o indebolimento) del mercato del lavoro.

E ancora più saggio è andare poi a soppesare il numero di inattivi e scoraggiati, che al di sopra di una certa soglia può essere la spia della presenza di fattori strutturali che vincolano tale dinamicità. Insomma, il suggerimento è di non fermarsi al primo indicatore – il tasso di disoccupazione, appunto – ma vedere l’insieme.

E l’insieme, restando in Italia, ci dice che il tasso di disoccupazione continua a scendere “a piccole dosi” perché l’occupazione cresce a tassi troppo contenuti. In più, a farle da traino sono i contratti a tempo determinato. Il che non è proprio una buona notizia: i posti di lavoro a termine, infatti, sono in genere associati a salari bassi e non destinati, stante la temporaneità dell’impiego, a migliorare. Insomma, ci sono posti di lavoro in più che però, per la loro natura, non sono i più indicati a produrre effetti evidenti sull’economia reale.

1. Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2017[2] – Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi, Intesa Sanpaolo

Acquista i nostri eBook dedicati al risparmio personale

References

  1. ^ ISTAT (www.istat.it)
  2. ^ Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2017 (www.centroeinaudi.it)