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I risultati dell’ultimo sondaggio Assiom Forex, stilato in collaborazione con Il Sole 24 Ore, fanno sorgere una domanda: lo sread BTP-Bund – che comunque in una settimana ha fatto retromarcia in modo molto sostenuto, confortato dalle parole dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, è arrivato per caso a un punto di non ritorno? Dal sondaggio di agosto emerge che la maggior parte degli esperti interpellati ritiene che il differenziale rimarrà sopra quota 200 punti base.

Tra gli intervistati, soltanto il 2% degli operatori (rispetto al 4% del mese precedente) ritiene che lo spread possa oscillare tra i 100 e i 150 punti, mentre crolla al 3% dal 17% la percentuale di quanti ritengono plausibile un valore compreso tra 150 e 175 punti. Calo sensibile anche per chi stima un valore tra 175 e i 200 punti: a credere in questo outlook è una percentuale del 17%, quasi dimezzata rispetto al 33% di luglio.

La maggioranza crede vede ormai in quota 200 una sorta di linea di demarcazione, o punto di non ritorno, per l’appunto: il 78% degli operatori crede di fatto che il differenziale rimarrà stabile sopra la soglia dei 200 punti, rispetto al 44% di luglio. Così Luigi Belluti, presidente di Assiom Forex:

“Mentre sull’andamento dell’eurodollaro sussiste un atteggiamento piuttosto attendista anche se il bias è comunque per un deprezzamento della moneta unica, è ancora lo spread il parafulmine di tutto. I giudizi in arrivo nelle prossime settimane da parte delle principali agenzie di rating e i lavori di preparazione della legge di bilancio vengono vissuti come venti potenzialmente forieri di uno spread che si potrebbe mantenere costantemente al di sopra di 200 anche per i prossimi sei mesi”.

In generale, gli operatori sono più pessimisti, se si considera che solo per l’11% credono che la borsa salirà nel corso dei prossimi mesi, a fronte del 27% di luglio; per l’89% rimanente i mercati rimarranno stabili (43%), oppure soffriranno ribassi (46%).

Sentiment dunque improntato alla massima cautela, in attesa di conoscere il vero volto della legge di bilancio di questo governo, che improvvisamente, nel corso di questa settimana, si è scoperto più ligio al dovere. Lo stesso vicepremier Luigi Di Maio, che aveva tanto anticipato un autunno caldissimo, ha espresso parole decisamente più docili nei confronti di Bruxelles, parlando dell’impegno, da parte dell’esecutivo, di attenersi alle regole di bilancio dell’Unione europea.

Sono state proprio tali dichiarazioni a evitare che lo spread fosse colpito da nuove fiammate. Lo scorso venerdì, il differenziale era arrivato a salire oltre quota 290, a fronte di tassi sui BTP decennali superiori al 3,20%. Le dichiarazioni arrivate dall’esecutivo hanno fatto da altolà ai sell insieme anche alla notizia del quarto buyback del debito da parte del Tesoro, i cui dettagli sono stati resi noti nelle ultime ore dal Financial Times.

Ma quanto durerà il rally dei BTP? Quella che si è appena conclusa è stata la settimana migliore per il mercato dei debiti sovrani italiani dallo scorso giugno. Basti pensare che i tassi dei bond a breve scadenza sono scesi di oltre 50 punti base nelle ultime sessioni.

Oggi i rendimenti dei BTP a 10 anni sono scivolati inoltre fino a -7 punti base al 2,83%, valore più basso in un mese, dopo essere arretrati in una settimana di 40 punti base, segnando in questo modo la flessione settimanale più forte dal mese di giugno e uno dei cali più importanti dalla crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, stando a quanto fa notare un articolo di Reuters. Ma un sondaggio di Bloomberg segnala che diversi economisti prevedono che, oltre a porre fine al Quantitative easing alla fine di quest’anno, come segnalato, la Bce di Mario Draghi alzerà i tassi di interesse prima dell’addio del suo numero uno, previsto alla fine del 2019.

L’outlook della maggior parte degli economisti interpellati è di un aumento dei tassi sui depositi (al momento fermi in territorio negativo a -0,4% a -0,2%) entro il settembre del prossimo anno, molto tempo prima dunque della stretta che i mercati anticipano solo al primo trimestre del 2020.

Ovviamente, gli economisti ammettono la presenza di rischi che potrebbero portare Draghi a gettare la spugna e a decidere di accomiatarsi dalla Banca centrale senza aver mai alzato il costo del denaro.

(in fase di scrittura)