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Intesa SanPaolo ha tuttora allo studio il dossier Generali, in un’operazione di acquisto che metterebbe sottosopra il panorama finanziario internazionale, creando un colosso finanziario senza rivali in Italia e riportando in auge il modello della “banca sistema” che fonde il complesso assicurativo alle attività di tipo bancario.

L’amministratore delegato Carlo Messina, per la verità, non si è fatto avanti spinto unicamente dalla convinzione di poter trovare sinergie ottimali con la compagnia di assicurazione di Trieste, bensì su richiesta del governo Gentiloni. Messina non lo ammetterà mai, ma l’obiettivo delle autorità politiche, anche se non dichiarato, è quello di difendere l’italianità di Generali.[1]

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Ma alla prima banca d’Italia per capitalizzazione tornerebbe più utile una sinergia con il gruppo di Nagel, secondo un’analisi di Pagina99 uscita sul nuovo numero di febbraio che porta la firma di Renzo Rosati. L’idea di un matrimonio tra Intesa e Generali non piace agli azionisti, come Blackrock, e non è stata accolta con favore, per usare un eufemismo, nemmeno da gran parte dei commentatori finanziari.

Il Financial Times è arrivato addirittura a paragonare l’operazione alla scalata di Abn Amro da parte di Rbs nel 2007, dicendo che “Intesa rischia di ripetere il peggior accordo della storia“. Il quotidiano finanziario della Citz ricorda peraltro le due operazioni vedono come consulente la medesima persona, l’italiano Andrea Orcel, allora al vertice di Merrill Lynch per Rbs-Abn e adesso a quello di Ubs. Non mancano le critiche anche al modello di “bancassurance“, con il precedente citato dal giornale che riguarda la vendita da parte di Allianz di Dresdner Bank a Commerzbank nel 2008.

Per la verità, scrive Rosati, “la migliore sinergia Intesa la troverebbe se puntasse su Mediobanca, magari previo un inedito agreement con la sua controllante Unicredit[2]. Nella consulenza, un business ricco, Mediobanca è infatti prima in Italia, Sanpaolo Imi solo 20ma. Assieme fornirebbero una massa abbastanza competitiva in Europa. Inoltre si accorcerebbe la tormentata catena di controllo di Generali”.

Certo il costo sarebbe maggiore per una scalata e non è detto che Unicredit acconsenta, anche perché Messina e l’AD Jean-Pierre Mustier non sono in buonissimi rapporti come dimostrano le frecciatine incrociate che si sono mandati negli ultimi tempi. L’ostacolo principale, tuttavia, è rappresentato da Nagel, il quale “non ha nessuna voglia di passare alle dipendenze di Intesa, storicamente rivale. E bisognerebbe fare i conti con (Vincent) Bolloré: di nuovo la Francia”.

I vertici di Generali[3] non si fidano delle avances di Intesa SanPaolo e hanno messo in piedi i preparativi per respingere un’eventuale approccio indesiderato o una scalata ostile. Oltre ad avere varato un piano di risparmio i costi per convincere i soci a restare indipendenti, si sono anche aggiudicati i diritti di voto sul 3,3% di Intesa. Una mossa difensiva anti Opa, studiata anche in vista di un possibile blitz dei francesi di Axa e pensando al divieto di partecipazioni incrociate sopra la soglia del 3% a meno che non venga lanciata un’offerta pubblica di acquisto sul 60% del capitale.


References

  1. ^ governo Gentiloni (www.wallstreetitalia.com)
  2. ^ Unicredit (www.wallstreetitalia.com)
  3. ^ Generali (www.wallstreetitalia.com)

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