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Anche se negli ultimi anni la quota sommersa del Pil italiano ha iniziato a diminuire, il nostro Paese continua a fare i conti con 540 miliardi di euro di economia nascosta al fisco: è quanto emerge da un’indagine Eurispes relativa al 2016.

La disfunzione del sistema italiano quando si parla di evasione fiscale ha radici lontane. Secondo le stime dell’Ocse la quota media del sommerso sul Pil negli anni compresi fra il 1999 e il 2007 si è attestata al 27%, fra le economie sviluppate dell’organizzazione parigina solo Grecia e Messico sono messe peggio (rispettivamente con quote del 27,5 e del 30%).

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Dal picco toccato nel 1999, del 27,8% di sommerso sul Pil, l’Italia, però ha compiuto qualche passo avanti, marciando più spedita della media europea: nel 2014, infatti, il dato era sceso al 20,8%. Meglio, ma ancora lontano dalle percentuali, ad esempio, della vicina Francia (10,8% di sommerso sul Pil), della Germania (13,3%) o del Regno Unito (9,6%). Per non parlare poi dei primi della classe nel mondo: Svizzera e Stati Uniti, il cui sommerso vale circa l’8,5% del Pil.[1]

L’ampiezza del danno alle casse dello stato può essere riassunta nel cosiddetto “tax gap”, la cifra che si ottiene dalla differenza fra le entrate fiscali perfettamente adempiute da parte dei cittadini e quelle effettivamente incamerate: ogni anno mancano all’appello circa 109 miliardi. Di questi, 40 miliardi di euro sono relativi al mancato gettito Iva, l’imposta più evasa d’Italia, seguita da Irpef,[2] Ires e Irap. Per quanto riguarda gli ultimi anni, resta la nota positiva per la lotta all’evasione, che in un decennio è passata dal racimolare 4,4 miliardi a 19, riscossi l’anno scorso.

References

  1. ^ Pil. (www.wallstreetitalia.com)
  2. ^ Irpef, (www.wallstreetitalia.com)

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