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Questo lunedì, a Piazza della Rivoluzione a L’Avana, milioni di persone hanno sfilato per l’ultima volta davanti al presidente Raul Castro, che ha annunciato da tempo di dimettersi dalla carica all’inizio dell’anno prossimo. Ed è anche stata la prima volta dopo la morte di Fidel, avvenuta alla fine del novembre scorso. E, tuttavia, lungi dal catapultarsi verso il futuro, Cuba sembra essere risucchiata dal passato. La compagnia russa Rosneft ha siglato un accordo con la società statale dell’isola, Cubametals, per l’invio in uno dei porti cubani di 249.000 barili di petrolio. La consegna è prevista per il 10 maggio e porrebbe fine a mesi di importazioni a singhiozzo di greggio dal Venezuela, paese dal quale l’economia dell’isola è dipendente per il suo fabbisogno energetico e con il quale è legato sin dall’inizio del Millennio da Petrocaribe, un programma di assistenza petrolifera di Caracas a una dozzina di stati latinoamericani di impronta marxista.

Pare che la spedizione rientri in un più ampio accordo per importare dalla Russia 1,865 milioni di barili di greggio, che ai prezzi attuali farebbero circa 100 milioni di dollari. Quasi certamente, però, i russi non otterranno pagamenti cash per l’intera somma. Il paese non ha riserve sufficienti per importare oggi materie prime ai prezzi di mercato, per cui Mosca starebbe con ogni probabilità concedendo credito al regime castrista. (Leggi anche: Recessione a Cube nel 2016, nonostante la fine dell’embargo[1])

Russia spedisce petrolio a credito?

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Sembra essere tornati ai tempi dell’Urss, quando il Cremlino assisteva finanziariamente Cuba. E, in effetti, bisogna risalire al 1991 per avere traccia dell’ultima spedizione di petrolio dalla Russia all’isola. La tempistica non è casuale, perché L’Avana ha bisogno quanto mai prima di trovare alternative al greggio importato dal Venezuela, a seguito del collasso economico e finanziario del paese andino. Per l’anno prossimo, il governo ha annunciato un taglio alla spesa pubblica, segno del deterioramento delle condizioni economiche dell’isola. Nel 2016, il pil si è contratto per la prima volta dal 1995 dello 0,9%, mentre per l’anno in corso si stima una crescita del 2%, per quanto l’obiettivo sembra arduo.

Vladimir Putin sta rimpiazzando, almeno temporaneamente, quindi, il regime di Nicolas Maduro nella fornitura di petrolio ai “compagni” cubani. Questi ultimi hanno bisogno di 140.000 barili di petrolio al giorno per soddisfare la domanda interna, ultimamente compressa con un piano di austerità energetica, che a molti isolani sta ricordano le privazioni dei primi anni Novanta, quando il crollo dell’Urss chiuse i rubinetti dell’assistenza di Mosca e fece sprofondare l’economia cubana nella recessione più nera. (Leggi anche: Crisi Venezuela desta allarme anche a Cuba, a corto di benzina[2])

Fine 1° parte. Vai a pagina 2[3]

References

  1. ^ Recessione a Cube nel 2016, nonostante la fine dell’embargo (www.investireoggi.it)
  2. ^ Crisi Venezuela desta allarme anche a Cuba, a corto di benzina (www.investireoggi.it)
  3. ^ Vai a pagina 2 (www.investireoggi.it)