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E ora si parla dello spread delle parole, facendo riferimento all’impennata del differenziale che viene provocata non tanto da un dato di fatto, dalla pubblicazione di un indicatore economico piuttosto che di un altro ma dalle, appunto, parole. Parole di chi è al governo e che, come ha fatto notare ieri il numero uno della Bce Mario Draghi, “hanno fatto danni”. Come? Facendo salire “i tassi a carico delle aziende e delle famiglie”, attraverso la pressione esercitata sui BTP.

Allo spread delle parole, mentre il governo M5S-Lega continua a dare forma alla legge di bilancio per il 2019, con tanto di rumor e perplessità sollevate dagli economisti, dedica un articolo il quotidiano La Stampa. Che sottolinea come, in base ai calcoli dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, e dell’agenzia DBRS, si tradurrebbe nel pagamento di sei miliardi di interessi in più in due anni.

In particolare l’agenzia di rating DBRS ha segnalato lo scorso martedì – riporta La Stampa – che “il rischio politico influenza i costi di finanziamento sovrano dell’Italia” e che “l’impatto dei maggiori costi di finanziamento sarà maggiore di quanto il governo aveva inizialmente previsto”.

“I numeri dicono questo: il costo del debito pubblico all’emissione (il rendimento dei titoli) nel periodo tra gennaio e agosto è stato dello 0,16% per i titoli a due anni e del 2,37% per i titoli a 10 anni. Tra gennaio e aprile, l’ultima asta di titoli pubblici prima del caos di metà maggio sulla formazione del governo Conte, lo stesso costo era negativo (-0,24%) per i titoli a due anni e dell’1,97% per i titoli a dieci anni”.

Intanto infuriano le polemiche sulla proposta di “quota 100 con 62 anni, per arrivare entro il 2021 a quella che viene considerata la quota perfetta, ovvero quota 100 con 60 anni: un evviva per i pensionati, ma per i giovani?

Dopo le ultime dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini su come quota 100 con 64 anni sia un paletto troppo elevato, e che sia meglio partire da quota 100 con 62 anni, diversi economisti si sono posti un interrogativo: ma (a parte il capitolo conti pubblici che tutto è fuorché irrilevante)..i giovani?

Lo scorso cinque settembre, un articolo del Sole 24 Ore affrontava la questione della proposta soprattutto della Lega di Matteo Salvini, riportando le dichiarazioni di diversi esperti. Tra queste, quella dello stesso ex ministro del Welfare Elsa Fornero, autrice della riforma delle pensioni che il il vicepremier Matteo Salvini & Co vogliono assolutamente rottamare:

Così Elisa Fornero:

“Rifiuto l’affermazione per cui per dare lavoro a una persona bisogna mandarne via un’altra: le economie che creano occupazione lo fanno per tutti, uomini, donne, giovani e meno giovani”. In quell’occasione l’ex ministro aveva affermato che la realizzazione di quota 100 sarebbe dipesa dal modo in cui sarebbe stata declinata in pratica e che Salvini si sarebbe accordo che “in politica è impossibile accontentare tutti”.

L’età di pensionamento, aveva spiegato, si potrebbe abbassare aumentando il periodo contributivo richiesto.

“Così si accontentano di più gli uomini, ma di meno le donne che vantano meno anni di contributi – aveva detto Fornero – Di sicuro ci sarà una categoria scontenta per definizione: sono i giovani e le generazioni future che dovranno pagarne i costi”. Il monito era stato chiaro: il rischio insomma è che “questi numeri introdotti sulla base di slogan possano creare disparità di trattamento e produrre costi elevati per i giovani”.

Giovani vittime di quota 100 anche per Francesco Cancellato, direttore di Linkiesta, che ha parlato di una vera e propria truffa “Quota 100, la truffa perfetta contro i giovani (silenti, e quindi complici)”.

Nell’articolo Cancellato ha affermato che “oggi chiunque abbia meno di cinquant’anni dovrebbe scendere in piazza. Dovrebbe farlo contro Quota 100, la scriteriata idea di Matteo Salvini, e di tutto il governo di cui fa parte, di mandare in pensione la gente a 62 anni più 38 di contributi, senza se e senza ma”. Cancellato cita le stime di Tabula, società di ricerca guidata da Stefano Patriarca, secondo cui “la riforma delle pensioni proposta da Salvini già nel 2019 avrebbe un costo di circa 13 miliardi di euro, 9 se contiamo le trattenute fiscali sui nuovi assegni pensionistici, circa 750mila in un colpo solo. Un costo che a regime salirebbe a circa 20 miliardi lordi, pari a 13 miliardi netti, ogni anno”.

Era stato lo stesso Tito Boeri, presidente dell’INPS, ad avvertire giorni fa Salvini, affermando che la quota 100 senza se e senza ma sarebbe costata 15 miliardi l’anno prossimo e venti miliardi a regime.