
TORINO. «La mia formazione inizia come fisioterapista. Ho completato la laurea triennale, un master e una specializzazione al Cto. Ho mosso i primi passi nel settore clinico e nelle professioni sanitarie, ma la mia curiosità per la ricerca è sempre stata forte. A un certo punto, ho capito che desideravo contribuire a orientare i medici in un mare di pubblicazioni scientifiche che si accumulano ogni giorno».
A soli ventisei anni, Dario Taborelli ha già tracciato un percorso significativo. Le sue origini sono a Trana, un piccolo comune in Val Sangone, dove ricopre il ruolo di consigliere comunale, mentre la sua visione si estende all’Europa. Lo incontriamo nel suo ufficio minimalista e ordinato al primo piano di I3p, dove ha avviato la sua start-up, DataAImed. «Il nostro obiettivo è integrare le evidenze scientifiche nella pratica quotidiana», chiarisce.
Cresciuto in una famiglia di professionisti, con un insegnante e un ingegnere come genitori, Dario racconta che intraprendere la strada imprenditoriale è stato un passo naturale dopo il diploma. «Sin da giovane ho praticato sport, in particolare il calcio. Dopo aver subito diversi infortuni muscolari e aver ricevuto cure che mi hanno fatto apprezzare la fisioterapia, ho deciso di farne la mia professione. Col tempo, però, ho sviluppato una passione per la ricerca, leggendo articoli e pubblicazioni scientifiche».
Osservando la lavagna a destra, piena di formule e diagrammi, si nota come il grande polo dell’innovazione che trasforma idee del Politecnico in aziende si sviluppi attraverso teoria, finanziamenti e sperimentazioni.
«Il nostro servizio sfrutta l’intelligenza artificiale per semplificare la consultazione della letteratura scientifica e trasferire i risultati degli studi nella pratica». Si tratta di una piattaforma simile a ChatGPT, ma specificamente progettata per i professionisti del settore medico. Pensata per chi ha poco tempo e molte decisioni da prendere, permette ai medici di registrarsi, porre domande specifiche, come il trattamento più efficace per una determinata patologia o paziente, e il sistema interroga le principali banche dati.
L’aggiornamento è costante: globalmente, ogni giorno vengono pubblicate 163 nuove revisioni sistematiche, con oltre 69.424 previste nel 2025. «Tuttavia, più del 90% dei documenti ha una qualità metodologica scarsa», sottolinea Taborelli. «Il nostro algoritmo è in grado di identificare quelli più rilevanti e affidabili, sintetizzandone i risultati. Così, un medico può ottenere risposte basate su evidenze in pochi secondi, tra un paziente e l’altro».
In un contesto in cui le intelligenze artificiali si sviluppano rapidamente e dove le verità possono essere messe in discussione da chiunque, i dati rimangono uno dei pochi punti fermi. «Applicare evidenze scientifiche può migliorare i risultati clinici nell’89% dei casi, e per le strutture ospedaliere può portare a un incremento economico del 94%». Ogni errore ha un costo: in Europa, diagnosi errate e trattamenti inefficaci costano annualmente 446 miliardi di euro, mentre in Italia i trattamenti privi di evidenze ammontano a 14 miliardi.
Dietro queste cifre non ci sono solo bilanci, ma anche tempo perso, risorse sprecate e pazienti in attesa. Tuttavia, il cammino non è semplice: «Il principale ostacolo è una barriera culturale nei confronti dell’intelligenza artificiale. È fondamentale chiarire che non si tratta di un sostituto del medico, bensì di un potenziamento del giudizio clinico». Dario si considera «un ponte» che unisce la sua esperienza di fisioterapista e ricercatore al suo ruolo imprenditoriale.
Se I3p rappresenta la sua base operativa, il motore economico del progetto è SocialFare Seed, un acceleratore fondato a Torino nel 2013, quando il tema dell’impatto sociale era ancora poco discusso. Nei primi mesi di attività, DataAImed ha coinvolto oltre 5.000 utenti, generando più di 30.000 ricerche, e ha collaborato con l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Alessandria. «La sanità italiana ha bisogno di nuove tecnologie». Il team sta crescendo: «Siamo sei soci fondatori, con tre collaboratori esterni e sei advisor tra medici e professionisti, e stiamo lavorando per definire uno standard europeo».
Riflettendo sui suoi progetti, Dario condivide che ha imparato a guardarsi dentro e a cercare un equilibrio sostenibile. «Due anni fa, lavoravo anche 80-90 ore a settimana come consigliere, startupper e fisioterapista. Pensavo fosse utile, ma alla fine ero meno produttivo. Così ho imparato a semplificare e a concentrarmi». Questa è una delle regole non scritte della Generazione Z: costruire senza farsi sopraffare. Per il futuro, Dario garantisce che non ha intenzione di allontanarsi: «Torino rimane la nostra casa. L’ecosistema dell’innovazione qui sta crescendo rapidamente. Il Politecnico offre accesso a studenti, menti brillanti, tutor e professori, un enorme vantaggio per una start-up tecnologica».








