Home Dal Web Conflitto USA-Iran: scopri chi ha trionfato e chi ha subito sconfitte.

Conflitto USA-Iran: scopri chi ha trionfato e chi ha subito sconfitte.

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Il mondo è tornato a vivere momenti di grande tensione con l’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran. Nel corso del fine settimana, gli attacchi aerei da parte delle forze americane e israeliane hanno portato all’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei e di numerosi alti ufficiali della Repubblica Islamica, proprio quando si stava avvicinando un possibile accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. In risposta, l’Iran ha lanciato una serie di missili contro le basi militari statunitensi situate in diversi Paesi del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrain.

L’eliminazione della Guida Suprema iraniana rappresenta un cambiamento cruciale negli equilibri geopolitici e nelle relazioni con l’Iran. Ora ci si aspetta di vedere come si svilupperà la questione della successione, mentre il rischio di un possibile caos interno è elevato.

Le reazioni dei mercati finanziari sono state immediate e significative. Le principali borse asiatiche hanno registrato un calo, mentre i future statunitensi indicano una giornata di ribassi. Tuttavia, la notizia di maggior rilevanza riguarda il settore energetico: il prezzo del petrolio è schizzato ai livelli più alti dal gennaio 2025. Il Brent ha visto un incremento del 13%, raggiungendo 81,89 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha toccato i 75 dollari. Anche il gas naturale ha registrato un aumento di circa il 24%, avvicinandosi ai 40 euro alla Borsa di Amsterdam.

La chiusura de facto dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e del gas a livello globale, ha spinto le compagnie navali internazionali, come Maersk, MSC e Hapag-Lloyd, a sospendere i transiti e a deviare le rotte verso il Capo di Buona Speranza. Gli attacchi di rappresaglia dell’Iran contro i Paesi arabi pongono ulteriori minacce alle infrastrutture energetiche regionali, cruciali per il mercato mondiale.

Stretto di Hormuz: la sua importanza strategica

Lo Stretto di Hormuz è ora al centro dell’attenzione. Da ieri, lo Stretto è considerato in uno stato di “chiusura de facto”, anche se non è stato emesso alcun annuncio ufficiale di blocco totale da parte del governo iraniano. Funzionari iraniani hanno espresso la volontà di dialogare con gli Stati Uniti, rispondendo all’apertura mostrata dal presidente Donald Trump. Si spera quindi in sviluppi positivi in questo senso. Tuttavia, se la situazione non dovesse migliorare, non si esclude un ulteriore deterioramento.

Il blocco di questo passaggio avrà un impatto significativo sull’offerta di petrolio. Milioni di barili al giorno potrebbero dover trovare rotte alternative, che sono più complesse e costose. Solo il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti producono circa un quinto del gas naturale liquefatto a livello globale, e di solito esportano verso Asia ed Europa attraverso lo Stretto.

“Le conseguenze di questo conflitto sull’economia globale dipendono dal flusso di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha affermato Norbert Rücker, responsabile dell’economia di Julius Baer. “Il timore più grande non è la chiusura dello Stretto, ma un danno grave alle infrastrutture petrolifere e del gas della regione”.

Ma l’Iran può decidere unilateralmente di chiudere lo Stretto? La questione è complessa per due motivi. In primo luogo, Teheran controlla solo metà delle acque territoriali, mentre l’altra metà appartiene all’Oman, rendendo necessaria una decisione congiunta. In secondo luogo, anche se l’Iran riuscisse a chiuderlo, ciò danneggerebbe se stesso, dato che è attualmente il quarto esportatore di petrolio che transita attraverso Hormuz.

“L’Iran fornisce circa il 5% del petrolio mondiale e una chiusura totale potrebbe far aumentare i prezzi di circa il 20%”, hanno scritto Ziad Daoud e Dina Esfandiary di Bloomberg Economics. “Inoltre, circa il 20% dell’offerta globale di petrolio passa attraverso lo Stretto di Hormuz e una sua chiusura potrebbe portare i prezzi fino a 108 dollari al barile”, hanno avvertito.

Guerra USA-Iran: chi trae vantaggio e chi ne soffre

Un conflitto prolungato tra Stati Uniti e Iran rappresenta un rischio notevole per numerosi Paesi, poiché le tensioni avrebbero un impatto forte sul mercato petrolifero.

Secondo gli analisti di Bloomberg Economics, i principali importatori mondiali, come Europa, Cina e India, sarebbero i più colpiti, trovandosi a dover affrontare un incremento dei prezzi delle materie prime. Gli Stati Uniti dovrebbero anche affrontare un aumento dei costi della benzina, un tema particolarmente delicato per l’amministrazione, poiché il carburante incide significativamente sui redditi familiari. Tuttavia, “nel complesso, l’economia potrebbe risentirne meno grazie allo sviluppo dello shale, che ha trasformato il Paese in un esportatore netto di petrolio”. I beneficiari di questa situazione sarebbero invece i grandi esportatori, come Russia, Canada e Norvegia.

Gli analisti di TD Securities identificano la Cina come il principale perdente in caso di continuazione del conflitto. Il team di Rich Kelly sottolinea che le raffinerie cinesi importano circa il 99% delle esportazioni iraniane, equivalente al 13% delle importazioni cinesi di greggio via mare nel 2025. Pechino “perderebbe un’altra fonte di barili a basso costo”. Al contrario, “la Russia potrebbe trarne vantaggio, con la domanda di India e Cina probabilmente orientata verso gli Urals a prezzi scontati, alleviando parte della pressione sul Cremlino dovuta al calo dei prezzi del greggio”.

Gli esperti di Citigroup avvertono che i Paesi con basse riserve in valuta estera, come Argentina, Sri Lanka, Pakistan e Turchia, affrontano i rischi più elevati a causa di potenziali “improvvisi deflussi di capitali e svalutazione della valuta”. In particolare, la Turchia è vulnerabile alle fluttuazioni del mercato a causa dei suoi legami commerciali con l’Iran, secondo Robin Brooks, autore della newsletter Shadow Price Macro. “L’Iran è un’economia piccola, ma, marginalmente, i mercati vedranno questo come un’ulteriore ragione per avere un atteggiamento negativo nei confronti della Turchia”, ha concluso.

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