
L’Impatto della Crisi Geopolitica sul Settore del Lusso in Medio Oriente
L’escalation militare che coinvolge l’Iran e il Golfo Persico sta avendo ripercussioni significative anche nel settore del lusso, uno dei pochi mercati che ha continuato a prosperare negli ultimi anni. Già si osservano le prime conseguenze, come difficoltà nei trasporti, chiusura di boutique e riduzione del personale. A Dubai e in altri importanti centri commerciali del Medio Oriente, diversi negozi hanno abbassato le serrande o stanno operando con organici limitati. Un esempio è il gruppo di distribuzione Chalhoub, che gestisce circa 900 punti vendita nella regione per marchi come Jimmy Choo e Sephora, e ha annunciato la chiusura temporanea delle sue attività in Bahrain.
Sebbene il contributo della regione al settore del lusso sia relativamente contenuto, esso è comunque significativo. Andrea Randone, responsabile della ricerca su piccole e medie imprese di Intermonte, ha dichiarato all’AdnKronos che il Medio Oriente rappresenta circa il 5-6% dei ricavi totali del settore. Altagamma stima che nel 2025 il settore raggiungerà un fatturato di 358 miliardi di euro, con 23 miliardi di euro provenienti da questa area, attestandosi quindi intorno al 6%. Tuttavia, questa cifra nasconde notevoli differenze tra i vari segmenti del lusso, sottolineando che categorie come l’Hard Luxury — gioielli e orologi — superano la media.
Randone ha aggiunto che non tutto il 6% è generato solo negli Emirati Arabi Uniti; esistono anche altre destinazioni come l’Arabia Saudita. Tuttavia, oltre il 50% delle vendite proviene dagli Emirati, il che implica che l’impatto della crisi deve essere valutato in base a un 3-4%. In paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e la Giordania, le boutique rimangono aperte, ma con personale limitato. Kering, il gigante francese che possiede marchi come Gucci e Balenciaga, ha temporaneamente chiuso i suoi negozi negli Emirati, in Qatar, Kuwait e Bahrain. La maggior parte degli acquisti è legata al turismo internazionale, con clienti provenienti principalmente da Russia, Arabia Saudita, Cina e India, con Dubai come principale centro commerciale.
L’impatto più immediato della crisi potrebbe manifestarsi attraverso il turismo. Randone spiega che esistono due tipi di clienti: il consumatore locale, solitamente stranieri residenti a Dubai, e i turisti. La chiusura degli aeroporti e l’incertezza sui viaggi potrebbero ridurre i flussi verso questo hub globale dello shopping di lusso. Se la situazione si protrae, l’impatto sul settore potrebbe aggirarsi intorno al 3-4% per Dubai. Inoltre, le tensioni geopolitiche potrebbero indurre le persone a percepire il rischio e a pianificare meno volentieri viaggi in luoghi lontani, influenzando così anche la spesa.
Randone prosegue affermando che ci sono effetti diretti legati ai giorni di chiusura degli aeroporti, ma anche un impatto più incerto legato alla fiducia dei consumatori. Negli ultimi anni, i grandi marchi hanno investito notevolmente nella regione, aprendo nuovi flagship store e organizzando eventi esclusivi. Zegna ha presentato la collezione primavera-estate 2026 alla Dubai Opera House, mentre Alberta Ferretti ha partecipato come guest designer alla Dubai Fashion Week autunno/inverno 2026-27. I marchi più esposti a questo rischio sembrano essere Richemont e Zegna, entrambi con una dipendenza intorno al 9%, mentre LVMH si mantiene in linea con la media del settore, attorno al 5-6%.
Questa crisi giunge in un momento già complesso per il settore del lusso, che ha affrontato una serie di sfide negli ultimi due anni, dal rallentamento economico in Cina alle tensioni commerciali, fino all’attuale incertezza geopolitica che colpisce mercati chiave come il Medio Oriente. Gabriel Debach, analista di mercato di eToro, osserva che per molte maison globali l’area rappresenta circa il 5% delle vendite, con alcune eccezioni che arrivano fino al 9%. La stabilità geopolitica è cruciale in un settore dove i flussi turistici rivestono un’importanza primaria.
Debach sottolinea che il mercato del lusso ha perso circa un consumatore su cinque negli ultimi tre o quattro anni, non tanto in valore quanto nella base di clienti. L’aumento dei prezzi ha escluso una parte dei consumatori aspirazionali, rendendo il settore sempre più dipendente dai clienti più facoltosi. Ciò ha portato a un’industria sempre più segmentata, dove i brand con forte identità continuano a crescere, mentre quelli posizionati in segmenti più accessibili faticano a mantenere volumi di vendita.
Le aziende italiane quotate a Piazza Affari risultano meno esposte all’area. Randone evidenzia che tra i marchi della moda italiana quotati a Milano, nessuno presenta un’esposizione superiore alla media. Moncler, per esempio, realizza circa il 2% dei suoi ricavi nell’area, mentre Brunello Cucinelli e Ferragamo si attestano intorno al 4-5%. Le tensioni geopolitiche hanno già avuto un impatto immediato sui mercati finanziari, con ribassi diffusi nei titoli del lusso. Randone stima che il rischio di un impatto significativo al momento rimanga contenuto, anche se esiste un rischio più difficile da quantificare legato all’incertezza geopolitica e alle conseguenze sulla propensione a viaggiare e a spendere.
Per un settore in cerca di segnali di ripresa, la crisi nel Golfo rappresenta un ulteriore fattore di incertezza. Tuttavia, Randone ricorda che le aziende del lusso hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento. Le società del settore sono ben gestite, con management capaci di affrontare la volatilità dei mercati. La domanda di beni di alta gamma è altamente mobile a livello geografico, e le aziende sono in grado di ribilanciare gli stock tra aree con performance diverse. Guardando alle crisi geopolitiche passate, lo scenario potrebbe rimanere gestibile. Randone è fiducioso che Cucinelli e Moncler faranno comunque un buon anno, riuscendo a mitigare l’impatto negativo generato dalla situazione attuale nella regione. (di Federica Mochi)








