
Un anno dopo: l’evoluzione delle politiche tariffarie di Trump
Un anno fa, Donald Trump presentava una tabella contenente le tariffe reciproche per ogni nazione, un documento dal quale l’Amministrazione sperava di ottenere risultati significativi: riportare in patria produzioni industriali trascurate, attrarre investimenti e garantire una prosperità duratura all’America First. Oggi, a distanza di un anno, la situazione è mutata: il luogo di quella promessa, il Giardino delle Rose, ha subito una trasformazione, passando da un rigoglioso prato a un patio pavimentato. Anche gli Stati Uniti hanno conosciuto cambiamenti, e l’uso delle tariffe come strumento politico ha subito un ridimensionamento, in seguito alla sentenza della Corte Suprema dello scorso febbraio.
Nella storica Gadsby’s Tavern, nel cuore di Old Alexandria, molto apprezzata da George Washington, i clienti non mancano. Anche il vicino The Warehouse e il Wharf attirano visitatori. Tuttavia, i portafogli degli americani sembrano più pieni di aspettative che di liquidità: il debito accumulato sulle carte di credito ha raggiunto i 1.300 miliardi di dollari, corrispondenti a circa 6.500 dollari a persona. Circa la metà della popolazione non riesce a saldare il conto mensile, a causa dell’aumento dei costi degli affitti, delle assicurazioni sanitarie, del cibo e della stagnazione salariale. Il prezzo del carburante supera i 4 dollari al gallone, complice il conflitto in Iran. Le conseguenze delle tariffe si sommano a questi e ad altri fattori.
Davanti a un supermercato Safeway nei sobborghi di Washington D.C., una famiglia si appresta a fare la spesa. Rispetto a un anno fa, dovranno affrontare un aumento dei costi di quasi il 3%, superando quindi il tasso d’inflazione, secondo quanto riportato dal Dipartimento dell’Agricoltura. Solo per zucchero e dolciumi il rincaro sarà del 5,7%; le previsioni per il prossimo anno parlano di un incremento del 6,7%. Il prezzo medio di una bottiglia di vino è aumentato tra 1 e 2,40 dollari. Recenti indagini di Business Week segnalano una diminuzione delle offerte e delle promozioni nei supermercati, oltre a una ridotta disponibilità di prodotti.
L’allerta
Il 2 aprile 2025, l’indice dei prezzi al dettaglio del Cato Institute ha registrato un incremento, sia per i beni di produzione nazionale che per quelli importati, dopo un periodo di graduale calo. Uno studio condotto dalla Harvard Business School il 30 gennaio ha evidenziato che i prezzi dei beni importati sono aumentati circa il doppio rispetto a quelli nazionali. Il trasferimento dei dazi ai consumatori ha raggiunto il 24%, contribuendo per circa 0,76 punti percentuali all’indice complessivo dei prezzi al consumo entro ottobre 2025. I costi tariffari sono stati trasferiti progressivamente ai consumatori americani, generando ripercussioni anche sui beni nazionali. Il 5 marzo, la Federal Reserve ha pubblicato un rapporto che evidenzia l’impatto graduale ma costante delle tariffe, senza un picco evidente. Tuttavia, ciò non esclude che gli americani stiano pagando il prezzo delle politiche protezionistiche di Trump. Secondo un rapporto della Fed di New York, criticato dalla Casa Bianca, il costo dei dazi per i consumatori è stimato al 94%, con una previsione di riduzione al 86% in futuro.
L’analisi
Il presidente della Federal Reserve, durante una conferenza stampa dieci giorni fa, ha attribuito alle tariffe una responsabilità che incide per lo 0,5%-0,75% sul tasso di inflazione. Jerome Powell ha dichiarato che l’inflazione è ormai “oltre il 2%”, obiettivo fissato da tempo. Le evidenze sono palpabili in supermercati e centri commerciali. Recentemente, al Fashion Center di Pentagon City, tra Alexandria e Washington, i manager dei negozi sportivi hanno osservato un aumento del 20% nel prezzo delle sneakers rispetto al 2024, mentre i capi di abbigliamento hanno visto rincari dell’8%. Ad esempio, una t-shirt che costava 32 dollari un anno fa ora è venduta a 40 dollari. Il Dipartimento dell’Agricoltura ha stimato un aumento medio di 1.500 dollari per le famiglie nel 2025, a causa delle tariffe.
Al mondo i conflitti non fanno più paura
Fuori dall’Apple Center vicino a Mt. Vernon Square, nel cuore di Washington, i clienti escono senza acquisti. Chi ha comprato un iPhone o un MacBook Pro ha dovuto affrontare un aumento dei prezzi compreso tra il 12 e il 18% rispetto al primo trimestre del 2025. I rincari sono complessi, con una quota tra il 6 e il 10% attribuibile ai dazi. La Casa Bianca non solo difende ma conferma la politica dei dazi. La sentenza della Corte suprema di febbraio, che ha dichiarato incostituzionali le modalità di imposizione dei dazi tramite misure emergenziali, ha indebolito lo strumento, ma non ha cambiato la filosofia alla base delle politiche di Trump.
L’analisi
Il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo che conferma i dazi sui prodotti farmaceutici e su metalli come alluminio, rame e acciaio (con una tariffa del 15% per l’Europa) e prevede meccanismi punitivi o incentivi per chi trasferisce la produzione di medicinali negli stabilimenti americani. Il dazio sui metalli rimane fissato al 50% e sarà calcolato sul “prezzo reale pagato negli Stati Uniti”, evitando così manovre sui prezzi dichiarati all’estero.









