
Negli ultimi tempi ho avuto con ChatGPT varie conversazioni per analizzare le notizie relative al sistema bancario italiano, al centro di varie operazioni di acquisizioni.
Pubblicherò alcune analisi con l’IA su questo argomento anche su MercatieFinanza.com, ma per cominciare penso che possa essere utile un piccolo approfondimento sulla storia di uno dei protagonisti di questo risiko bancario, ossia la banca più vecchia del mondo ancora in attività, il Monte dei Paschi di Siena, ora MPS.
Visto che abbiamo deciso di analizzare il risiko bancario in corso in Italia negli ultimi tempi vorrei un articolo che racconta la storia di una delle banche che ne sono coinvolte, ossia ti chiedo di riassumere la lunga storia del Monte dei Paschi di Siena dall’origine a oggi.
Preparo una bozza in stile articolo per Mercati e Finanza: taglio storico-narrativo, ma con il filo che porta al risiko attuale. Verifico anche i passaggi recenti, perché su MPS gli eventi 2024–2026 cambiano molto la lettura.
Ecco una prima bozza: taglio storico, ma costruita per collegarsi al nostro filone sul risiko bancario italiano.
Fondata nel 1472 come istituzione di sostegno al credito locale, il Monte dei Paschi di Siena è passato attraverso oltre cinque secoli di storia italiana: dalla Repubblica di Siena al Granducato di Toscana, dall’Italia unita alla finanza globale, fino al salvataggio pubblico e alla nuova stagione del consolidamento bancario. Oggi MPS non è più soltanto la “banca più antica del mondo”: è tornata a essere uno snodo strategico del potere finanziario italiano.
Le origini: una banca nata prima dello Stato moderno
La storia del Monte dei Paschi di Siena comincia nel 1472, quando le magistrature della Repubblica di Siena istituiscono un Monte di Pietà, cioè un organismo pensato per offrire credito a condizioni più favorevoli alle fasce meno abbienti della popolazione.
È un’origine molto diversa da quella delle grandi banche moderne nate per finanziare imprese, Stati o mercati dei capitali. Il Monte nasce come strumento civico, sociale e territoriale. Siena era già stata, nei secoli precedenti, una delle grandi piazze finanziarie europee: i banchieri senesi avevano avuto un ruolo importante nel credito internazionale medievale, prima dell’ascesa definitiva di Firenze e delle grandi famiglie bancarie fiorentine.
Il Monte dei Paschi si inserisce quindi in una tradizione più antica: quella delle città italiane in cui finanza, commercio, politica e comunità locale erano strettamente intrecciati. Fin dall’inizio, il suo destino non è separabile da quello della città.
Il nome “Paschi” e la garanzia delle terre della Maremma
Il passaggio decisivo avviene nel Seicento. Dopo l’incorporazione di Siena nel Granducato di Toscana, l’istituto viene rafforzato e assume una configurazione più vicina a quella di una banca pubblica territoriale.
Il nome “Monte dei Paschi” deriva dai “paschi”, cioè i pascoli della Maremma. I proventi di quelle terre vengono utilizzati come garanzia per l’attività del Monte. In altre parole, la banca si fonda su un legame concreto con il territorio: non solo con Siena, ma con una porzione rilevante dell’economia agricola toscana.
Questa caratteristica è importante perché anticipa uno dei tratti più profondi della storia di MPS: il rapporto tra banca, comunità locale, patrimonio pubblico e potere politico. Per secoli il Monte non è semplicemente un’impresa privata. È un’istituzione del territorio.
Dall’Italia unita alla banca moderna
Con l’Unità d’Italia, il Monte dei Paschi amplia progressivamente il proprio raggio d’azione. Da banca senese e toscana, diventa un soggetto sempre più inserito nel sistema bancario nazionale.
Tra Ottocento e Novecento la banca sviluppa attività più moderne: credito fondiario, credito agrario, finanziamenti alle imprese, raccolta del risparmio. Il Monte attraversa le trasformazioni dell’economia italiana: dalla società agricola alla prima industrializzazione, poi la fase corporativa, la ricostruzione del dopoguerra, il boom economico e la crescita del sistema bancario pubblico e semi-pubblico.
Come molte banche italiane, MPS mantiene una forte identità territoriale. Questo radicamento diventa una forza, perché crea fiducia, capillarità e relazione con famiglie e imprese. Ma nel lungo periodo diventerà anche un limite: una banca troppo legata a equilibri locali può faticare a competere in un sistema finanziario sempre più aperto, tecnologico, regolato e globale.
La Fondazione MPS e il rapporto con Siena
Un capitolo centrale della storia recente è quello della Fondazione Monte dei Paschi di Siena.
Con le riforme bancarie italiane tra fine anni Ottanta e anni Novanta, molte banche pubbliche o di origine pubblica vengono trasformate in società per azioni, mentre le fondazioni bancarie ne mantengono inizialmente il controllo azionario. Nel caso di MPS, la Fondazione diventa il grande azionista di riferimento e, attraverso i dividendi della banca, finanzia per anni una parte enorme della vita culturale, sociale, universitaria e istituzionale di Siena.
Questo modello, per un certo periodo, appare virtuoso: la banca genera utili, la Fondazione incassa dividendi, il territorio riceve risorse. Ma la dipendenza della città dalla banca diventa progressivamente eccessiva. Quando MPS entra in crisi, non crolla solo un titolo bancario: viene colpito l’intero equilibrio economico e sociale senese.
È uno degli elementi che rendono il caso MPS unico in Italia. Non è solo una crisi bancaria. È una crisi di città, di classe dirigente, di governance territoriale.
L’espansione e la grande scommessa su Antonveneta
Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, MPS cerca di crescere e di non restare schiacciata dal consolidamento bancario italiano.
Il settore cambia rapidamente: nascono grandi gruppi nazionali, le banche si fondono, le dimensioni diventano decisive. Intesa, Sanpaolo, UniCredit, Capitalia, Banca di Roma, BNL, Banco Popolare e altre realtà partecipano a una lunga stagione di aggregazioni.
MPS, che non vuole restare una banca regionale, punta a diventare un grande gruppo nazionale. La scelta più importante, e poi più discussa, è l’acquisizione di Banca Antonveneta nel 2007 da Banco Santander.
L’operazione vale circa 9 miliardi di euro. A posteriori sarà considerata il punto di svolta negativo della storia recente del Monte. Il prezzo appare molto alto, il momento è pessimo — siamo alla vigilia della crisi finanziaria globale — e l’acquisizione appesantisce pesantemente il capitale della banca.
Antonveneta doveva essere il salto dimensionale di MPS. Diventa invece il simbolo dell’eccesso di ambizione, della fragilità della governance e della difficoltà di una banca storica nel giocare la partita della finanza moderna ai massimi livelli.
La crisi finanziaria e i derivati
Dopo il 2008, con la crisi finanziaria globale e poi con la crisi del debito sovrano europeo, i problemi di MPS esplodono.
L’acquisizione di Antonveneta ha indebolito la banca proprio nel momento in cui il sistema finanziario mondiale entra nella fase più difficile dal dopoguerra. MPS deve affrontare perdite, aumento del costo del rischio, deterioramento del credito, pressione regolamentare e crescente sfiducia del mercato.
A rendere il quadro ancora più grave emergono operazioni finanziarie complesse, tra cui i casi legati ai derivati Alexandria e Santorini, utilizzati per gestire o nascondere perdite. Queste vicende diventano oggetto di indagini, processi e polemiche pubbliche.
Il Monte dei Paschi perde così la sua immagine di banca solida, antica e quasi istituzionale. Diventa il simbolo della cattiva finanza italiana: governance opaca, intrecci politici, operazioni troppo complesse, scarsa trasparenza e difficoltà nel riconoscere tempestivamente le perdite.
I Monti bond e il salvataggio pubblico
Per evitare il collasso, lo Stato interviene più volte.
Già nella fase successiva alla crisi finanziaria vengono utilizzati strumenti pubblici di sostegno, tra cui i cosiddetti Tremonti bond e poi Monti bond. Ma il passaggio decisivo arriva nel 2017, con la ricapitalizzazione precauzionale approvata in sede europea.
Lo Stato italiano entra nel capitale di MPS con una quota di controllo. La banca viene salvata, ma al prezzo di un profondo ridimensionamento: aumento di capitale, taglio dei costi, cessione di crediti deteriorati, riduzione del personale, chiusura di filiali, ristrutturazione industriale.
È una fase dolorosa. MPS resta in vita, ma perde la sua autonomia storica. Da banca simbolo di Siena diventa una partecipata pubblica sotto osservazione europea, destinata prima o poi a essere privatizzata o aggregata con un altro gruppo.
Il nodo UniCredit e la mancata soluzione di sistema
Per anni la domanda resta la stessa: chi comprerà MPS?
La soluzione più naturale sembrava, a un certo punto, UniCredit. Un grande gruppo nazionale, già presente in tutta Italia, avrebbe potuto assorbire MPS e chiudere definitivamente il dossier. Ma le trattative tra il Tesoro e UniCredit non portano a un accordo.
Il problema è semplice: MPS è una banca risanata solo in parte, con rischi legali, costi di ristrutturazione e necessità di capitale. Per un compratore industriale, l’acquisizione ha senso solo se accompagnata da garanzie pubbliche molto rilevanti. Per lo Stato, però, concedere troppe garanzie significa trasformare la privatizzazione in un nuovo costo politico e finanziario.
Il dossier resta quindi aperto. MPS continua a vivere in una condizione intermedia: non più banca privata autonoma, non più pienamente banca pubblica strategica, non ancora integrata in un grande gruppo.
L’arrivo di Luigi Lovaglio e il ritorno alla redditività
La svolta manageriale arriva con Luigi Lovaglio, banchiere di lungo corso, già protagonista del risanamento del Creval.
Lovaglio imposta MPS come una banca più semplice, più commerciale, meno appesantita dal passato. L’obiettivo non è più inseguire ambizioni da grande conglomerato finanziario, ma ricostruire capitale, redditività e credibilità.
Il contesto aiuta. Il rialzo dei tassi di interesse migliora il margine di interesse delle banche italiane. Dopo anni difficilissimi, l’intero settore bancario torna a generare utili importanti. MPS beneficia di questa fase, ma anche del lavoro di pulizia già fatto negli anni precedenti.
La banca torna all’utile, ricomincia a distribuire dividendi e rientra gradualmente nel radar degli investitori. La narrativa cambia: da malato cronico del sistema bancario italiano, MPS diventa possibile piattaforma di aggregazione.
È un ribaltamento sorprendente. La banca che per anni tutti volevano evitare torna a essere un oggetto del desiderio.
La privatizzazione graduale e l’ingresso dei nuovi soci forti
Tra il 2023 e il 2024 il Tesoro riduce progressivamente la propria partecipazione in MPS. Le vendite di quote riportano il capitale della banca nelle mani del mercato e aprono la strada a nuovi equilibri.
Qui entrano in scena alcuni dei protagonisti del nuovo capitalismo finanziario italiano: Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio guidata da Francesco Milleri; Francesco Gaetano Caltagirone; Banco BPM; Anima.
Non sono ingressi casuali. Delfin e Caltagirone sono già attori centrali nelle partite di Mediobanca e Generali. Banco BPM è a sua volta al centro di ipotesi di consolidamento. Anima è una società del risparmio gestito strategica per più gruppi bancari.
MPS smette così di essere soltanto una banca da privatizzare. Diventa un tassello in una partita molto più ampia: il controllo dei poli bancari, assicurativi e del risparmio gestito in Italia.
La mossa su Mediobanca: da preda a predatore
Il passaggio più clamoroso è l’offerta di MPS su Mediobanca.
Per decenni Mediobanca è stata il cuore della finanza italiana, la banca d’affari capace di influenzare i grandi equilibri industriali, assicurativi e societari del Paese. Che proprio MPS, salvata dallo Stato pochi anni prima, arrivi a lanciare un’operazione su Mediobanca ha un forte valore simbolico.
È il rovesciamento della storia recente: la banca più fragile del sistema diventa veicolo di una nuova aggregazione. Ma l’operazione non riguarda solo MPS e Mediobanca. Riguarda anche Generali, di cui Mediobanca è azionista storico, e quindi il controllo di uno degli asset più strategici del capitalismo italiano.
Da qui nasce la vera importanza politica e finanziaria del dossier. Non si tratta semplicemente di sommare sportelli, clienti e bilanci. Si tratta di capire chi controllerà, direttamente o indirettamente, alcuni dei centri nevralgici della finanza italiana.
L’OPAS di Intesa: il risiko entra in una nuova fase
Nel giugno 2026 Intesa Sanpaolo lancia un’OPAS volontaria su MPS. È una mossa che cambia nuovamente la partita.
Intesa è il primo gruppo bancario italiano, guidato da Carlo Messina, e rappresenta il polo più solido e redditizio del sistema. Una sua acquisizione di MPS avrebbe un significato molto diverso rispetto a una fusione tra MPS e Banco BPM o al progetto autonomo MPS-Mediobanca.
Con Intesa, MPS verrebbe assorbita nel campione nazionale già dominante. L’operazione rafforzerebbe ulteriormente Intesa, semplificherebbe il dossier MPS e potrebbe chiudere una lunga stagione di incertezza. Ma, al tempo stesso, ridurrebbe lo spazio per la nascita di un terzo polo bancario italiano autonomo.
È per questo che l’OPAS di Intesa non va letta solo come un’operazione bancaria. È una mossa difensiva e offensiva insieme: difensiva perché impedisce ad altri soggetti di costruire un polo alternativo attorno a MPS; offensiva perché permette a Intesa di intervenire direttamente nel cuore della partita Mediobanca-Generali.
MPS oggi: banca, simbolo e pedina strategica
Oggi Monte dei Paschi di Siena è tre cose contemporaneamente.
È una banca commerciale risanata, con una rete ancora rilevante, una base clienti storica e una redditività tornata positiva.
È un simbolo storico, perché nessun’altra banca europea porta con sé un legame così lungo tra credito, territorio e potere politico.
Ed è una pedina strategica, perché attorno a MPS si incrociano le ambizioni di Intesa, Banco BPM, Mediobanca, Generali, Delfin, Caltagirone, Unipol, Anima e, sullo sfondo, UniCredit e Crédit Agricole.
La parabola è impressionante. MPS nasce come istituzione civica per aiutare i cittadini in difficoltà. Diventa una banca territoriale, poi nazionale, poi un gruppo in cerca di grandezza. Si rovina con un’acquisizione troppo costosa nel momento peggiore del ciclo finanziario. Viene salvata dallo Stato. Si ristruttura. Torna utile. E infine rientra al centro del potere finanziario italiano.
Una lezione per il capitalismo italiano
La storia del Monte dei Paschi è una lezione su molti temi: il rapporto tra banca e territorio, i rischi della governance politica, il pericolo delle acquisizioni fatte per ambizione più che per disciplina industriale, il costo degli errori di capitale, ma anche la capacità di un sistema bancario di rigenerarsi.
Nel caso MPS, però, c’è qualcosa di più profondo. La banca più antica del mondo non è sopravvissuta perché immobile. È sopravvissuta perché ha cambiato forma molte volte: Monte di Pietà, banca pubblica territoriale, istituto nazionale, società quotata, banca salvata dallo Stato, possibile piattaforma di consolidamento.
Il punto è capire quale sarà la prossima forma.
Se finirà dentro Intesa, MPS diventerà parte del campione bancario italiano dominante. Se resterà al centro del progetto con Mediobanca, potrà rappresentare il nucleo di un nuovo polo finanziario con forti implicazioni su Generali. Se rientrerà in un disegno con Banco BPM, potrebbe contribuire alla costruzione di un terzo gruppo bancario nazionale. Se invece il risiko dovesse complicarsi, MPS potrebbe restare ancora per qualche tempo una banca formalmente autonoma ma strategicamente contendibile.
In ogni scenario, una cosa è chiara: il Monte dei Paschi non è più soltanto il problema lasciato in eredità dalla crisi bancaria italiana. È tornato a essere una delle chiavi per capire dove andrà il sistema finanziario del Paese.
E forse è proprio questa la continuità più sorprendente della sua storia. Dal 1472 a oggi, MPS non ha mai smesso di essere molto più di una banca.
Alcuni riferimenti utili per controllo dati: MPS indica il 1472 come anno di origine del Monte Pio senese e collega l’evoluzione dell’istituto alle riforme del 1568 e 1624; la Commissione europea approvò nel 2017 aiuti per la ricapitalizzazione precauzionale per 5,4 miliardi; Reuters documentò l’acquisto di Antonveneta da Santander nel 2007 per 9 miliardi; nel 2024 il Tesoro ha progressivamente ridotto la quota in MPS, con l’ingresso di soci come Banco BPM, Anima, Caltagirone e Delfin; nel 2026 Intesa ha annunciato l’OPAS su MPS e Lovaglio ha ribadito il ruolo di MPS nel consolidamento bancario.







