
Negli ultimi tempi ho avuto con ChatGPT varie conversazioni per analizzare le notizie relative al sistema bancario italiano, al centro di varie operazioni di acquisizioni.
Saranno Pubblicate alcune analisi con l’IA su questo argomento anche su MercatieFinanza.com, e per cominciare ecco una introduzione storica al risiko bancario italiano.
Analisi con IA: il risiko bancario – Introduzione storica
Quando i giornali parlano di “nuovo risiko bancario italiano”, spesso danno per scontato che il lettore conosca già quello vecchio. Ma senza capire da dove arriva l’attuale sistema bancario italiano è difficile comprendere perché le mosse di oggi siano così importanti.
Il risiko bancario italiano non nasce nel 2026. Le sue radici affondano nella trasformazione degli anni Novanta, quando le vecchie banche pubbliche, le casse di risparmio e gli istituti territoriali furono progressivamente trasformati in società per azioni, aprendo la strada alle privatizzazioni, alle fondazioni bancarie e alle grandi fusioni.
Da quella stagione nacquero i grandi poli che ancora oggi dominano il settore. Intesa Sanpaolo è il risultato di una lunga catena di aggregazioni che passa da Cariplo, Banco Ambrosiano Veneto, Banca Commerciale Italiana, Sanpaolo e IMI. UniCredit nasce invece dall’aggregazione di Credito Italiano, Rolo Banca, CariVerona, Banca CRT, Cassamarca e altre realtà bancarie, per poi svilupparsi anche all’estero con acquisizioni in Germania, Austria, Polonia ed Europa orientale.
Il primo risiko bancario italiano fu quindi la trasformazione di un sistema frammentato, pubblico-territoriale e locale in un sistema fondato su grandi gruppi quotati. Ma non fu mai un libero mercato puro. Le fondazioni bancarie rimasero per anni azionisti decisivi. Lo Stato uscì formalmente da molte banche, ma continuò a esercitare influenza attraverso regole, vigilanza, autorizzazioni, indirizzo politico e, nei momenti di crisi, interventi diretti.
Per questo il risiko bancario italiano va letto come una storia lunga, fatta di privatizzazioni, fusioni, salvataggi, crisi, ritorni dello Stato e nuovi protagonisti privati. La fase attuale è soltanto l’ultimo capitolo.
Dalle fusioni alle crisi
Il sistema bancario italiano di oggi non nasce soltanto dalle aggregazioni. Nasce anche dalle crisi.
Dopo la grande stagione delle privatizzazioni e delle fusioni, il settore bancario europeo fu colpito dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008. La crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti, il fallimento di Lehman Brothers e il blocco della fiducia nei mercati interbancari cambiarono radicalmente il modo in cui le banche venivano percepite, regolate e sorvegliate.
Da quel momento la crescita dimensionale non bastò più. Alle banche venne chiesto più capitale, capitale di migliore qualità, più liquidità, maggiori controlli sui rischi e una maggiore capacità di resistere agli shock. Basilea III, gli stress test, la vigilanza unica europea e il ruolo crescente della BCE nella supervisione bancaria trasformarono il settore. Le banche non potevano più essere giudicate solo dalla loro rete di sportelli, dalla raccolta o dalla capacità commerciale: diventavano decisive la solidità patrimoniale, la qualità degli attivi, la gestione dei crediti deteriorati e la trasparenza dei bilanci.
In Italia questa trasformazione si intrecciò con una crisi più domestica: quella dei crediti deteriorati e di alcune banche territoriali. Monte dei Paschi di Siena ne fu il caso più emblematico, perché la banca più antica del mondo passò dalla stagione dell’espansione e dell’acquisizione di Antonveneta alla crisi patrimoniale, ai derivati, agli aumenti di capitale falliti e infine all’intervento pubblico.
Ma MPS non fu un’eccezione isolata. Anche Carige, le banche venete, Banca Etruria e altri istituti mostrarono quanto fragile fosse diventata una parte del sistema bancario italiano dopo anni di recessione, cattiva gestione, governance debole e accumulo di sofferenze.
Il capitolo dei derivati rese ancora più evidente la complessità di quella fase. Nel caso MPS, operazioni come Alexandria e Santorini divennero simboli di una finanza strutturata utilizzata anche per mascherare o rinviare l’emersione delle perdite. Ma il problema dei derivati non riguardò soltanto le banche. Coinvolse anche enti locali, comuni e amministrazioni pubbliche che avevano sottoscritto strumenti complessi per gestire il proprio indebitamento. La finanza strutturata, venduta spesso come tecnica di copertura o ottimizzazione, diventò in molti casi un fattore di opacità e contenzioso.
In questa fase emerse anche un altro elemento ricorrente del capitalismo finanziario italiano: il ruolo degli azionisti privati nelle banche in difficoltà. Il caso Carige è particolarmente significativo. La famiglia Malacalza entrò nel capitale della banca ligure, ne divenne azionista di riferimento e investì risorse rilevanti, ma la vicenda si trasformò progressivamente in uno scontro di governance, con tensioni tra soci, vigilanza europea, aumenti di capitale e commissariamento.
Prima ancora dell’attuale centralità di Delfin e Caltagirone, il sistema bancario italiano aveva già mostrato come grandi famiglie, imprenditori e investitori privati potessero diventare protagonisti, alleati o fattori di instabilità nelle partite bancarie.
Lo Stato, in tutto questo, non è mai stato davvero fuori dal gioco. Prima ha promosso la privatizzazione e la trasformazione delle banche pubbliche; poi ha dovuto intervenire nelle crisi; infine è tornato a essere arbitro, azionista, regolatore e garante della stabilità. Il salvataggio pubblico di MPS nel 2017 è il simbolo più evidente di questo percorso: una banca uscita formalmente dal vecchio sistema pubblico è rientrata temporaneamente sotto il controllo dello Stato per evitare un collasso con effetti sistemici.
Il paradosso italiano: dal sistema fragile a uno dei più solidi d’Europa
Il nuovo risiko nasce però in un contesto molto diverso da quello delle crisi precedenti.
Per anni le banche italiane sono state considerate tra gli anelli deboli d’Europa: troppi crediti deteriorati, troppa dipendenza dall’economia domestica, governance spesso opache, redditività compressa dai tassi bassi e dalla lunga stagnazione italiana. Oggi la fotografia è cambiata.
Gli anni di tassi più alti hanno aumentato i margini di interesse. Le cessioni di sofferenze e la pulizia dei bilanci hanno ridotto il peso dei crediti deteriorati. Le fusioni hanno migliorato la scala operativa. Le regole post-2008 hanno imposto capitale, liquidità e controlli più severi.
Il risultato è che le banche italiane arrivano al nuovo risiko da una posizione di forza molto superiore rispetto al passato. Secondo Banca d’Italia, nel 2026 il CET1 ratio del sistema bancario italiano si colloca ormai vicino al 16%, mentre gli indicatori di liquidità restano ampiamente sopra le soglie regolamentari. Il sistema non è più quello che durante la crisi del debito sovrano europeo appariva esposto, fragile e bisognoso di continue difese.
Questo passaggio è fondamentale. Il risiko attuale non nasce soltanto da debolezza, come avveniva spesso nel passato, ma anche da forza. Si compra, si aggrega e si scala perché il settore genera utili, distribuisce dividendi, ha capitale in eccesso e può diventare una piattaforma per controllare risparmio, assicurazioni e gestione patrimoniale.
La fotografia quantitativa: Italia, Europa, mondo
Per capire il nuovo risiko bancario bisogna partire anche dai numeri. La storia, le crisi e la regolazione spiegano come siamo arrivati fin qui; le dimensioni dei gruppi spiegano invece perché oggi le aggregazioni siano tornate così importanti.
In Italia il sistema è dominato da due grandi gruppi: Intesa Sanpaolo e UniCredit. Intesa è il primo gruppo bancario italiano per attivi, clienti, raccolta e centralità domestica. UniCredit è il secondo gruppo italiano, ma con una proiezione più internazionale, grazie alla presenza in Germania, Austria ed Europa centro-orientale.
Alle loro spalle troviamo MPS, Banco BPM e BPER, che sono molto più piccoli in termini assoluti ma oggi strategicamente decisivi. MPS conta perché, dopo l’operazione Mediobanca, è diventata uno snodo che porta anche verso Generali. Banco BPM conta perché è radicata nel Nord produttivo e perché Crédit Agricole ha aumentato la propria partecipazione in chiave strategica e difensiva. BPER conta perché negli ultimi anni è cresciuta attraverso acquisizioni e integrazioni, diventando uno dei poli più rilevanti del sistema.
| Gruppo bancario italiano | Attivi indicativi | Posizione nel sistema italiano | Nota strategica |
|---|---|---|---|
| Intesa Sanpaolo | quasi €960 miliardi a fine 2025; circa €968 miliardi al 31 marzo 2026 | 1° gruppo italiano | Leader domestico, forte nel risparmio gestito, assicurazioni, wealth management e credito a famiglie e imprese |
| UniCredit | circa €870 miliardi a fine 2025; $1.022 miliardi nella classifica S&P europea | 2° gruppo italiano | Gruppo più internazionale, con dossier Commerzbank aperto e possibile ritorno sul mercato italiano |
| MPS / BMPS | circa €242 miliardi a fine 2025 | terzo polo dopo l’operazione Mediobanca | Da banca salvata dallo Stato a snodo del nuovo risiko, anche per il legame con Mediobanca e Generali |
| Banco BPM | circa $242 miliardi nella classifica euro-area | grande banca commerciale del Nord | Piattaforma strategica, con Crédit Agricole azionista sempre più rilevante |
| BPER Banca | circa $240 miliardi nella classifica euro-area; 43ª in Europa secondo S&P | polo in forte crescita | Cresciuta con acquisizioni e integrazioni, rilevante anche nei possibili riassetti con Unipol |
| Mediobanca | dimensione bancaria inferiore ai grandi gruppi commerciali | banca d’affari storica | Conta più per relazioni, governance, Generali e capitalismo finanziario che per attivi assoluti |
Nota metodologica: i valori sono indicativi e non sempre perfettamente confrontabili, perché alcune classifiche usano dollari, altre euro, e possono includere aggiustamenti pro-forma per fusioni e acquisizioni. L’obiettivo della tabella non è costruire un ranking contabile definitivo, ma mostrare gli ordini di grandezza della partita.
Nel confronto europeo, le banche italiane sono importanti ma non dominanti. I grandi gruppi francesi e britannici restano molto più grandi per totale attivo. Secondo S&P Global Market Intelligence, nel 2026 BNP Paribas è la prima banca europea con $3.279 miliardi di attivi, davanti a HSBC con $3.212 miliardi e Crédit Agricole con $3.149 miliardi. Santander è quarta con circa $2.252 miliardi, mentre Barclays è quinta con $2.078 miliardi. UniCredit è 14ª con $1.022 miliardi; Intesa, prima banca italiana, si colloca davanti a UniCredit, nell’area del 13° posto europeo.
| Posizione Europa | Gruppo bancario | Paese | Attivi indicativi |
|---|---|---|---|
| 1 | BNP Paribas | Francia | $3.279 miliardi |
| 2 | HSBC | Regno Unito | $3.212 miliardi |
| 3 | Crédit Agricole Group | Francia | $3.149 miliardi |
| 4 | Banco Santander | Spagna | $2.252 miliardi |
| 5 | Barclays | Regno Unito | $2.078 miliardi |
| 6-10 | BPCE, Société Générale, UBS, Deutsche Bank, Crédit Mutuel | Francia / Svizzera / Germania | superiori o vicini alla fascia dei grandi gruppi europei |
| circa 13 | Intesa Sanpaolo | Italia | circa $1.100 miliardi / quasi €960 miliardi a fine 2025 |
| 14 | UniCredit | Italia | $1.022 miliardi |
| 43 | BPER Banca | Italia | nella top 50 europea |
| area 44-50 | Banco BPM / MPS area | Italia | fascia $240-280 miliardi |
La classifica europea mostra un punto fondamentale: l’Italia ha gruppi bancari forti, redditizi e patrimonializzati, ma non ha colossi paragonabili per scala ai maggiori gruppi francesi o britannici. S&P segnala inoltre che nella top 50 europea la Francia ha sei banche con attivi aggregati per $12.522 miliardi, il Regno Unito sei banche per $8.950 miliardi, mentre Italia e Germania hanno cinque banche ciascuna, con attivi aggregati rispettivamente per $2.915 miliardi e $3.887 miliardi.
A livello mondiale, il divario è ancora più evidente. Le prime posizioni sono dominate dalle grandi banche cinesi, seguite dai colossi statunitensi. Secondo S&P Global Market Intelligence, ICBC è la più grande banca del mondo; JPMorgan Chase resta il primo grande gruppo statunitense e BNP Paribas è la prima banca europea nella classifica mondiale.
| Posizione mondo | Gruppo bancario | Paese | Attivi indicativi |
|---|---|---|---|
| 1 | Industrial and Commercial Bank of China | Cina | oltre $7.000 miliardi |
| 2 | Agricultural Bank of China | Cina | oltre $6.000 miliardi |
| 3 | China Construction Bank | Cina | oltre $6.000 miliardi |
| 4 | Bank of China | Cina | oltre $5.000 miliardi |
| 5 | JPMorgan Chase | Stati Uniti | oltre $4.000 miliardi |
| 6 | Bank of America | Stati Uniti | oltre $3.000 miliardi |
| 7 | BNP Paribas | Francia | oltre $3.000 miliardi |
| 8 | HSBC | Regno Unito | oltre $3.000 miliardi |
| 9 | Crédit Agricole Group | Francia | oltre $3.000 miliardi |
| 10-15 | Santander, Mitsubishi UFJ, Citigroup, altri grandi gruppi globali | Spagna / Giappone / Stati Uniti | fascia $2.000-3.000 miliardi |
| area 30-40 | Intesa Sanpaolo | Italia | circa $1.100 miliardi |
| area 35-45 | UniCredit | Italia | circa $1.000 miliardi |
Questo confronto va letto con attenzione. La classifica per attivi misura la dimensione del bilancio, non necessariamente la qualità della banca, la redditività o la capitalizzazione di Borsa. Le banche cinesi dominano per scala, ma non sono automaticamente le più efficienti o redditizie. Le banche statunitensi, in particolare JPMorgan, pesano moltissimo per redditività, capitalizzazione e ruolo globale nei mercati. Le banche europee, invece, restano più frammentate e spesso meno valutate dal mercato.
Per questo il risiko bancario italiano non serve a creare campioni mondiali paragonabili alle grandi banche cinesi o statunitensi. Serve piuttosto a rafforzare campioni nazionali ed europei, aumentare la scala, difendere il controllo del risparmio domestico, integrare credito, assicurazioni e wealth management, e prepararsi a un mercato europeo sempre più competitivo.
Il dossier UniCredit-Commerzbank
In questa prospettiva va letto anche il dossier UniCredit-Commerzbank. Non è una semplice operazione estera, separata dal risiko italiano, ma una partita europea che può cambiare il peso relativo di UniCredit e influenzare anche le sue future scelte in Italia.
UniCredit ha raggiunto una posizione complessiva del 42,5% in Commerzbank dopo il primo periodo di adesione all’offerta: 12,51% di adesioni, 26,77% già detenuto direttamente e 3,22% attraverso strumenti con diritto alla consegna fisica. Il periodo supplementare di adesione si è chiuso il 3 luglio 2026 e il risultato finale è atteso per l’8 luglio.
Questo non significa automaticamente controllo pieno in senso industriale. La maggioranza assoluta non è stata raggiunta e il governo tedesco, azionista rilevante di Commerzbank, si è opposto all’operazione. Ma una quota superiore al 40% rende UniCredit un azionista difficilmente ignorabile e apre un tema delicato: se e quando le autorità di vigilanza possano considerare quella posizione come controllo o influenza dominante, con conseguenze anche patrimoniali e regolamentari.
Se il dossier tedesco si chiudesse con successo, UniCredit diventerebbe una banca paneuropea ancora più forte, con un asse Italia-Germania-Austria-Europa centro-orientale. Se invece restasse bloccato politicamente o regolatoriamente, il gruppo potrebbe tornare a guardare con maggiore attenzione al mercato italiano.
Dal passato al nuovo risiko
Il nuovo risiko bancario italiano, quindi, non nasce dal nulla. È il risultato di trent’anni di trasformazioni: privatizzazioni, fondazioni bancarie, fusioni, crisi finanziaria globale, derivati, salvataggi, regole più severe, pulizia dei bilanci, ritorno della redditività e riemersione degli azionisti forti.
La differenza è che oggi la partita si apre da una posizione diversa rispetto al passato. Non siamo più nella fase in cui molte banche italiane apparivano fragili, appesantite da crediti deteriorati e costrette a difendersi. Siamo in una fase in cui il settore è tornato redditizio, patrimonializzato e strategicamente appetibile.
Da qui si apre il nuovo dossier: Intesa, MPS, Mediobanca, Generali, Delfin, Caltagirone, Banco BPM, BPER, Crédit Agricole e UniCredit saranno i capitoli successivi. Ma prima di entrare nelle singole operazioni era necessario capire da dove arriva il sistema bancario italiano e quanto pesano oggi i suoi protagonisti.
Perché il risiko bancario non riguarda più soltanto le banche. Riguarda il controllo del credito, del risparmio, delle assicurazioni, del wealth management e di una parte rilevante del capitalismo italiano.