Fornero: “La mia riforma ha salvato i bilanci, ma sarebbe stato un errore non illustrarla a sindacati e aziende.”

«Spesso incontro persone che mi dicono: “Professoressa, io l’ho odiata. Ma poi ho capito”». Quindici anni dopo, Elsa Fornero riflette sull’eredità della sua riforma previdenziale.

Il 16 novembre 2011, subito dopo il giuramento del governo Monti, Fornero ricevette l’incarico di elaborare una riforma delle pensioni. Quando chiese quanto tempo avesse a disposizione, la risposta fu chiara: “Due settimane, massimo venti giorni”. Il testo della riforma fu presentato al Consiglio dei ministri il 5 dicembre 2011, non per un desiderio di rivalsa politica, ma per affrontare una situazione economica critica. Fornero sottolinea come, in un contesto di necessità di prestiti a tassi elevati, l’Italia non potesse ignorare l’urgenza di intervenire su aspetti fondamentali della spesa pubblica. L’esperienza greca servì da monito. La riforma, quindi, si concentrò su un calcolo pensionistico meno generoso, l’innalzamento dell’età pensionabile e una restrizione sugli assegni anticipati.

Perché Fornero fu scelta per questo compito?

La scelta non fu casuale: Fornero era parte di una tradizione torinese nel campo del welfare, iniziata con Onorato Castellino, suo mentore. La conoscenza accumulata nel settore era solida. Durante i convegni internazionali, l’Italia era spesso associata a problematiche come invalidità facili e baby pensioni. L’economista Franco Modigliani, unico premio Nobel italiano per l’Economia, definiva le pensioni di anzianità come un “furto ai danni dei lavoratori”, chiedendo la loro abolizione. Le direttrici d’intervento erano dunque chiare.

Quali erano queste direttrici?

All’epoca, come ancora oggi, il “problema demografico” rappresentava un fattore cruciale per la previdenza. Il sistema pensionistico si basa su un “contratto intergenerazionale”: i contributi dei lavoratori giovani sostengono le pensioni degli anziani. Tuttavia, con una diminuzione della popolazione giovane rispetto a quella anziana e con lavori precari e salari stagnanti, mantenere promesse generose diventava insostenibile. I tecnici furono chiamati a intervenire solo quando l’insostenibilità del sistema divenne evidente.

La riforma fu approvata con larga maggioranza, ma successivamente fu abbandonata.

Il Parlamento riconobbe l’inevitabilità della riforma, ma dopo la sua approvazione, la politica non trovò il coraggio di sostenerla pubblicamente. Avrebbero dovuto affermare che era necessaria, realizzata in condizioni di emergenza, e che avrebbero lavorato per migliorarla. Invece, si preferì cavalcare le debolezze della riforma per alimentare il malcontento, minimizzando la gravità della situazione iniziale.

Riflettendo sull’oggi, cosa cambierebbe?

Se avesse avuto più tempo, Fornero sostiene che non sarebbero stati chiamati i tecnici. Ricorda il titolo del Sole 24 Ore al momento del suo insediamento: “Fate presto”. I mercati non avrebbero tollerato ritardi. Tuttavia, la mancanza di tempo limitò il dialogo con le parti sociali e i cittadini, compromettendo la partecipazione democratica alla riforma. La previdenza è un tema complesso, che richiede comprensione e tempo.

Quindi, è solo una questione di dialogo?

Un maggiore dialogo avrebbe permesso di ottenere dati migliori dall’amministrazione, fondamentali per elaborare provvedimenti specifici come le salvaguardie. Inoltre, avrebbe facilitato un confronto sociale che non si è potuto realizzare. La riforma fu percepita come un salvataggio del Paese, ma la mancanza di dialogo democratico resta un difetto.

In che modo?

Attraverso il dialogo. Fornero ha compreso l’importanza di questo aspetto e ha deciso di dedicarsi a iniziative di confronto. L’Italia è ricca di occasioni di discussione onesta. La politica, spesso, tende a illudere, promettendo riforme senza sacrifici. Quando i sacrifici sono necessari, devono essere richiesti a chi se lo può permettere.

L’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita è stato impopolare. È un modo per evitare che la politica compri consenso?

Sì, rappresenta un tentativo di limitare la discrezionalità politica, basandosi su principi di buon senso. Se l’aspettativa di vita aumenta, mantenere invariata l’età pensionabile e formule generose di calcolo significa trasferire i costi sulle generazioni future. Questo sarebbe accettabile solo in un contesto di alta occupazione e salari in crescita. È fondamentale guardare al lungo termine; ignorare i problemi attuali porterà a reazioni negative da parte delle giovani generazioni.

Come?

Ad esempio, attraverso l’emigrazione, il che rappresenterebbe un danno per il Paese. È quindi essenziale avere una visione a lungo termine, contrapposta alla visione spesso miope della politica.

Ha menzionato i numeri dell’amministrazione. Questi hanno contribuito al problema degli esodati?

Era stata stabilita una clausola di salvaguardia inizialmente per 50.000 lavoratori, poi aumentata a 60.000. Se avessi saputo che il numero reale era quasi il triplo, avrei preso decisioni diverse. Tuttavia, i dati non erano disponibili per l’amministrazione, poiché molti esodi erano frutto di accordi privati tra datori di lavoro e dipendenti, soprattutto nelle piccole imprese.

Qualcuno ha sfruttato questa situazione?

Non voglio accusare qualcuno di aver cercato deliberatamente di danneggiare il governo, ma non è inverosimile. Nonostante ciò, ho sempre accolto i lavoratori che volevano incontrarmi. Ricordo un incontro in un’aula universitaria che fu molto costruttivo. Le sofferenze delle persone sono comprensibili, ma è difficile accettare il cinismo di chi ha sfruttato la protesta per scopi elettorali.

A chi si riferisce?

So a chi allude, ma ricordo anche Daniela Santanchè, che inizialmente mi sosteneva, per poi criticare aspramente la riforma senza comprenderne il senso. Un po’ di ritegno sarebbe stato opportuno.

Negli anni ha sostenuto che alcune eccezioni sono giuste. Quali?

Credo nel metodo contributivo, dove la pensione dipende dai contributi versati e dall’età di pensionamento. Ogni euro versato deve essere valorizzato.

Cosa implica?

Ad esempio, per un totale di 500.000 euro di contributi, chi va in pensione prima deve ricevere un importo ridotto, poiché il periodo di godimento sarà più lungo. Tuttavia, se ci limitassimo a questa regola, non avremmo bisogno di un sistema pubblico. È fondamentale che il sistema esista per sostenere chi è meno fortunato. Le eccezioni devono andare a favore dei più svantaggiati, altrimenti si trasformano in privilegi.

Con il senno di poi, la riforma era troppo rigida sulle eccezioni?

È stata una decisione presa in un contesto di emergenza. La gente chiedeva risposte rapide. Le riforme di questo tipo necessitano di un confronto ampio, che in quel momento non era possibile.

La sua figura è stata troppo personalizzata?

Sì, a parte Mario Monti, che ha messo la sua firma e la sua faccia sulla riforma. Forse le mie lacrime in conferenza stampa sono state strumentalizzate.

E i partiti?

Spesso si dice che la politica parla alle emozioni delle persone, ma credo che ci sia spazio per un approccio educativo in tutto ciò che facciamo.

Ci sono politici che hanno costruito la loro fortuna promettendo di abolire la sua legge, ma una volta al governo non l’hanno fatto. Perché?

È una questione di numeri. Se il vicepresidente del Consiglio Salvini avesse tempo di leggere i documenti, capirebbe che, con l’attuale demografia, non è possibile tornare indietro.

È una rivincita per lei?

No, è la realtà delle proiezioni demografiche e della crescita economica, ma anche del buonsenso. Sbaglia chi sfrutta il malcontento delle persone.

Un altro tema cruciale è la flessibilità in uscita.

La flessibilità è già presente nel sistema, ma si realizzerà con l’implementazione del metodo contributivo dopo il 2035. Questo sistema non prevede un’unica età pensionabile, ma una fascia di età, con la consapevolezza che uscire prima comporta una pensione più bassa. L’eredità negativa del passato impone rigidità per non aumentare spese già al limite.

Il sistema rischia una nuova crisi?

Se un Paese non offre salari dignitosi, è illusorio pensare di avere pensioni elevate. Le parole chiave sono occupazione e produttività. Dobbiamo aumentare l’occupazione, soprattutto femminile, e fare in modo che i giovani restino. Gli investimenti in capitale fisico e umano sono essenziali, inclusi quelli provenienti dall’immigrazione.

Tornando a quelle due settimane decisive: se dovesse rivedere qualcosa, cosa sarebbe?

L’urgenza mi portò a cercare collaborazione e fiducia, giustificata dalla gravità della situazione. Alcuni meritavano fiducia, altri meno. Mi è mancato un vero dialogo con il mondo del lavoro; anche le imprese, che avevano chiesto la riforma, furono sorprese.

Ha sentito bugie solo da destra o anche da sinistra?

Da sinistra non ci sono state molte bugie, ma è mancato il coraggio di sostenere apertamente la riforma. Tra i pochi che l’hanno fatto, ricordo Bersani, che ha pagato un prezzo per il suo coraggio. Alcuni mi hanno espresso supporto sottovoce, ma questo non conta. La sinistra non ha avuto il coraggio di affermare che la direzione era giusta e che avrebbero dovuto lavorare per migliorare il sistema.

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