
L’inflazione negli Stati Uniti rallenta a luglio, in linea con le previsioni degli analisti
A luglio, l’inflazione negli Stati Uniti ha mostrato un rallentamento, corrispondente alle aspettative del mercato. Il calo mensile dei prezzi energetici, che ha registrato un decremento dell’1,5%, ha compensato le pressioni derivanti dal settore abitativo. Inoltre, l’inflazione di base, misurata attraverso il Core CPI, è scesa al 2,5%. Nonostante le tensioni persistenti nello Stretto di Hormuz, i dati raccolti hanno rassicurato gli investitori. Tuttavia, non ci si attende un imminente taglio dei tassi di interesse.
I dati sull’inflazione americana hanno evidenziato una crescita del 3,4%, principalmente influenzata dall’aumento dei prezzi del petrolio, che ha ripreso a salire a causa delle persistenti tensioni geopolitiche nella regione. Tuttavia, la Federal Reserve non prevede di ridurre i tassi. Fabrizio Barini di Integrae Sim ha dichiarato all’Adnkronos: "Il gas è aumentato del 16%, mentre il petrolio ha registrato un incremento dell’8%. Con il blocco di Hormuz, il numero delle navi in circolazione è tornato ai minimi storici dall’inizio del conflitto. Ci si aspettava un impatto sui prezzi al consumo, ma l’inflazione allineata alle previsioni dimostra che la situazione è sotto controllo. Pertanto, la Federal Reserve non interverrà sui tassi".
Nel mese scorso, il settore energetico ha svolto un ruolo cruciale nel contenere l’inflazione. L’indice generale dell’energia ha visto una diminuzione mensile dell’1,5%, grazie a un abbassamento del 2,9% dei prezzi della benzina presso i distributori, un dato previsto tra il 2% e il 3%. Questo calo ha fornito un’importante boccata d’ossigeno, bilanciando la continua pressione esercitata dalla componente abitativa, che ha visto un incremento dello 0,1% e ha contribuito a circa due terzi dell’aumento complessivo del paniere.
La disoccupazione rimane ai minimi storici, anche se i recenti dati sul mercato del lavoro hanno evidenziato un incremento del numero di disoccupati. Tuttavia, l’andamento dell’inflazione di base, che esclude le componenti più volatili come i prezzi degli alimenti freschi e dell’energia, è incoraggiante: questo indice è sceso al 2,5%, il livello più basso degli ultimi anni, avvicinandosi al target del 2% fissato dalla banca centrale americana.
Le attenzioni rimangono concentrate sul Medio Oriente. Un eventuale blocco totale di Hormuz e l’espansione del conflitto nella regione potrebbero far lievitare l’inflazione, in un momento in cui gli Stati Uniti sono già sotto pressione. Tuttavia, il presidente Donald Trump ha cercato di smorzare tali preoccupazioni, affermando in un post su Truth Social che gli Stati Uniti hanno "il controllo totale" dello Stretto. "Il nostro blocco navale è descritto da tutti come un ‘muro d’acciaio’ e l’Iran non può farci nulla", ha dichiarato Trump, definendo la leadership iraniana "incerta" e "al verde", e sottolineando come la situazione stia deteriorando.
Il report di luglio rappresenta un elemento chiave per le future politiche della Federal Reserve, guidata da Kevin Warsh. I dati che si allineano con le aspettative riducono il rischio di future strette monetarie e alimentano le speranze per un possibile primo taglio dei tassi di interesse nel corso dell’autunno.
(di Marco Cherubini)