Home Analisi con IA Analisi con IA: il debito pubblico USA supera 40.000 miliardi. Cause, rischi...

Analisi con IA: il debito pubblico USA supera 40.000 miliardi. Cause, rischi e scenari

0

Di seguito trovate il risultato dell’analisi con IA dedicata al debito pubblico degli Stati Uniti, che ha superato la storica soglia dei 40.000 miliardi di dollari.

Il testo pubblicato non corrisponde alla risposta diretta a un singolo prompt, ma è il risultato di un lavoro successivo di revisione, verifica e rifinitura.

Anche le grafiche presenti nell’articolo sono state realizzate separatamente con l’IA e successivamente inserite nel testo.

Va inoltre precisato che già negli anni precedenti avevo affrontato con l’IA il tema dei debiti pubblici di diversi Paesi, come gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina e l’Europa. L’analisi tiene quindi conto anche di quelle conversazioni e degli approfondimenti sviluppati nel tempo.

Riporto comunque di seguito il prompt di base utilizzato per questa analisi e, a seguire, il risultato finale.

La notizia degli ultimi giorni è che il debito pubblico degli Stati Uniti ha raggiunto e superato la cifra simbolica, ed enorme, di 40.000 miliardi di dollari. CNN, in un reel pubblicato su Instagram, ha cercato di rendere intuitiva la velocità della sua crescita affermando che il debito aumenta dell’equivalente di una Ferrari ogni secondo.

Abbiamo già analizzato insieme in passato il problema del debito pubblico americano, confrontandolo anche con le situazioni di altre grandi economie come Cina, Giappone ed Europa, e approfondendo aspetti quali la crisi finanziaria del 2008, il Covid, il QE, i deficit strutturali, il crescente costo degli interessi e la necessità di trovare continuamente nuovi compratori per i Treasury.

Prepariamo ora un articolo per MercatieFinanza.com che faccia il punto sulla situazione aggiornata: come si è arrivati a 40.000 miliardi, quali sono oggi le principali cause della crescita del debito, quanto pesa il costo degli interessi, chi finanzia il debito americano, quali rischi pone la necessità di rifinanziarlo continuamente e quali scenari possiamo ipotizzare per i prossimi anni.

Inseriamo anche un confronto sintetico con Cina, Giappone ed Europa per capire quanto la situazione americana sia realmente eccezionale e quali siano le differenze tra i diversi modelli di indebitamento.

Prevediamo inoltre alcuni grafici e infografiche basati su dati ufficiali, utili non come semplice decorazione ma per rendere immediatamente comprensibili l’evoluzione storica del debito, il peso degli interessi, il problema del rifinanziamento e il confronto internazionale.

Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato per la prima volta nella storia la soglia dei 40.000 miliardi di dollari.

È una cifra talmente grande da risultare quasi astratta. CNN ha provato a renderla più comprensibile anche sui social, paragonando la velocità con cui aumenta il debito al costo di una Ferrari ogni secondo. Nei suoi servizi televisivi ha quantificato la crescita recente in circa 285 milioni di dollari all’ora, quasi 7 miliardi al giorno: all’incirca 79.000 dollari al secondo.

Il paragone automobilistico può attirare l’attenzione. Ma il vero problema non è stabilire quante Ferrari equivalgano a 40.000 miliardi.

È capire come gli Stati Uniti siano arrivati fin qui, chi continui a finanziare questa montagna di debito e quanto a lungo possa crescere più velocemente dell’economia che deve sostenerlo.

Il 18 agosto il debito federale lordo ha oltrepassato i 40.000 miliardi. Di questa cifra, circa 32.300 miliardi sono debito detenuto dal pubblico, mentre circa 7.800 miliardi sono titoli detenuti all’interno dello stesso settore pubblico americano, per esempio dai fondi fiduciari federali.

La distinzione è importante.

Quando parliamo della quantità di debito che deve essere effettivamente assorbita dai mercati finanziari, la misura più significativa è soprattutto il debt held by the public, cioè quello posseduto da investitori americani ed esteri, banche, fondi, assicurazioni, Federal Reserve e governi stranieri.

DA MENO DI 6.000 A 40.000 MILIARDI

All’inizio del nuovo millennio il debito federale lordo americano era inferiore ai 6.000 miliardi.

Nel 2017, quando Donald Trump entrò per la prima volta alla Casa Bianca, era poco sotto i 20.000 miliardi.

Ora ha superato i 40.000. In meno di dieci anni è quindi raddoppiato.

Ma osservare soltanto il valore nominale può essere fuorviante, perché anche l’economia americana nel frattempo è diventata molto più grande.

La misura più interessante è allora il rapporto con il PIL.

E qui emerge uno dei passaggi storici più importanti dell’intera vicenda.

Alla vigilia della grande crisi finanziaria, nel quarto trimestre del 2007, il debito federale detenuto dal pubblico equivaleva ad appena il 34,9% del PIL americano.

Era una situazione completamente diversa dall’attuale.

Nel 2009 aveva già superato il 50%.

Nel 2019 era arrivato al 78%.

Con il Covid è balzato al 98% nel 2020.

Nel 2025 era ancora intorno al 98% e il Congressional Budget Office prevede circa 101% del PIL nel 2026.

È quindi soprattutto negli ultimi vent’anni che la struttura delle finanze pubbliche americane è cambiata radicalmente.

IL PRIMO GRANDE SPARTIACQUE: LA CRISI DEL 2008

È facile raccontare il debito americano come il risultato di decenni di governi spendaccioni.

La storia è più complessa.

Prima della crisi dei mutui subprime gli Stati Uniti avevano un debito pubblico detenuto dal mercato inferiore al 35% del PIL.

Poi il sistema finanziario mondiale arrivò vicino al collasso.

Il governo federale dovette intervenire, la recessione fece crollare le entrate fiscali, aumentò automaticamente la spesa sociale e furono varati grandi programmi di sostegno all’economia.

È importante però distinguere due fenomeni che spesso vengono confusi.

Il deficit crea debito. Il QE no.

Il debito pubblico aumenta quando lo Stato spende più di quanto incassa e deve finanziare il deficit emettendo Treasury.

Il Quantitative Easing della Federal Reserve non crea direttamente quel debito.

La Fed acquistava sul mercato titoli del Tesoro e altri strumenti finanziari, aumentando enormemente il proprio bilancio e immettendo liquidità nel sistema.

Quello che il QE ha fatto è stato però altrettanto importante: ha creato un enorme compratore di Treasury e contribuito a mantenere molto bassi i rendimenti ai quali Washington poteva finanziarsi.

In altre parole: la politica fiscale produceva nuovo debito; la politica monetaria rendeva molto più facile finanziarlo.

Questa combinazione ha funzionato particolarmente bene perché per molti anni gli Stati Uniti hanno potuto indebitarsi a costi eccezionalmente bassi.

Ed è proprio questa condizione che oggi non esiste più nella stessa forma.

POI ARRIVÒ IL COVID

Nel 2020 il secondo grande shock.

Questa volta il governo americano non doveva salvare principalmente le banche, ma impedire che la chiusura improvvisa di enormi parti dell’economia provocasse una depressione.

Arrivarono assegni direttamente alle famiglie, sostegni alla disoccupazione, prestiti e contributi alle imprese, spese sanitarie e programmi straordinari.

Contemporaneamente la Federal Reserve riportò i tassi vicino allo zero e lanciò un nuovo gigantesco QE.

Il debito detenuto dal pubblico balzò dal 78% del PIL nel 2019 al 98% nel 2020.

Anche in questo caso esisteva però una motivazione facilmente identificabile: una crisi eccezionale richiedeva una risposta eccezionale.

Il problema più interessante viene dopo.

LE EMERGENZE SONO FINITE. I DEFICIT ENORMI SONO RIMASTI

Gli Stati Uniti del 2026 non si trovano nella situazione del 2008.

Non sono nemmeno nell’economia paralizzata del 2020.

Eppure il Congressional Budget Office prevede per quest’anno:

  • 7.400 miliardi di dollari di spesa federale
  • 5.600 miliardi di entrate
  • un deficit stimato dal CBO in circa 1.900 miliardi

Il disavanzo corrisponde al 5,8% del PIL. (Le cifre di spesa e entrate sono arrotondate dal CBO; per questo la loro differenza apparente è di 1.800 miliardi, mentre il deficit calcolato sui valori non arrotondati è circa 1.900 miliardi).

Per capire quanto sia anomala la situazione basta confrontarla con la storia recente.

Negli ultimi cinquant’anni il deficit federale medio è stato pari a circa il 3,8% del PIL.

Il CBO prevede invece deficit almeno pari al 5,6% del PIL ogni anno fino al 2036.

E sottolinea un elemento particolarmente significativo: deficit di queste dimensioni sono storicamente insoliti quando la disoccupazione rimane inferiore al 5%.

In passato gli Stati Uniti facevano deficit giganteschi soprattutto durante le crisi.

Oggi fanno deficit da crisi anche senza essere in crisi.

Questa è probabilmente la trasformazione più importante dell’intera vicenda.

PERCHÉ IL DEFICIT NON SI CHIUDE?

Non esiste una causa unica.

Da una parte ci sono grandi programmi strutturali destinati a crescere con l’invecchiamento della popolazione, soprattutto Social Security e Medicare.

Dall’altra esistono spese per difesa, sicurezza, infrastrutture e numerosi altri programmi.

Sul lato delle entrate, gli Stati Uniti mantengono una pressione fiscale federale relativamente contenuta rispetto alla propria spesa.

Nel 2026 il CBO prevede entrate pari al 17,5% del PIL e uscite pari al 23,3%.

La differenza è il deficit.

Le recenti decisioni politiche non hanno cambiato sostanzialmente questa traiettoria.

Secondo il CBO, la grande legge fiscale approvata nel 2025 aumenta i deficit cumulativi previsti tra il 2026 e il 2035 di circa 4.700 miliardi di dollari. Nelle proiezioni di febbraio 2026, l’aumento dei dazi ne compensava una parte importante, circa 3.000 miliardi; successivamente, però, la decisione della Corte Suprema che ha invalidato una parte dei dazi ha ridimensionato significativamente questo effetto. La dinamica complessiva del debito resta quindi fortemente espansiva.

La questione del debito americano non appartiene quindi soltanto a Trump, Biden, Obama o Bush. È diventata un problema strutturale del sistema politico e fiscale statunitense.

IL DEBITO COMINCIA A PRODURRE ALTRO DEBITO

Qui arriviamo al punto forse più delicato.

Nel 2026 Washington dovrebbe spendere oltre 1.000 miliardi di dollari soltanto per gli interessi netti sul debito.

Nel 2025 erano circa 970 miliardi. Secondo le proiezioni del CBO, nel 2036 potrebbero diventare 2.100 miliardi all’anno.

Gli interessi stanno crescendo più velocemente dell’economia.

Nel 2026 rappresentano circa il 3,3% del PIL. Nel 2036 potrebbero raggiungere il 4,6%.

Il CBO calcola che, alla fine del prossimo decennio, quasi un dollaro ogni cinque speso dal governo federale potrebbe servire per pagare interessi.

E metà dell’aumento previsto del costo degli interessi dipenderebbe dall’incremento del debito, l’altra metà dall’aumento del tasso medio pagato su quel debito.

È qui che si crea una dinamica autoalimentante:

deficit → nuovo debito → maggiori interessi → maggiore spesa → nuovo deficit.

IL PROBLEMA NASCOSTO: NON BASTA FINANZIARE IL NUOVO DEFICIT

Quando leggiamo che gli Stati Uniti hanno un deficit di circa 1.900 miliardi potremmo immaginare che Washington debba trovare ogni anno investitori soltanto per quei nuovi 1.900 miliardi.

Non è così. Il Tesoro deve contemporaneamente rifinanziare i titoli che arrivano a scadenza.

Una Treasury bill può durare pochi mesi. Altri titoli scadono dopo due, cinque, dieci, venti o trent’anni.

Ogni volta che un vecchio titolo scade, il Tesoro deve rimborsarlo oppure emetterne uno nuovo.

Questo significa che ogni anno passano attraverso il mercato quantità di titoli enormemente superiori al solo deficit annuale.

Finché i tassi sono bassi, il meccanismo è relativamente indolore.

Ma quando un Treasury emesso anni prima all’1 o al 2% deve essere sostituito da un nuovo titolo che rende il 4 o il 5%, il costo del debito aumenta anche se lo Stato non finanzia una singola nuova opera pubblica.

È questo il fenomeno che progressivamente sta entrando nei conti americani.

E QUALCUNO DEVE COMPRARE TUTTI QUEI TREASURY

Questa è forse la domanda meno discussa quando si parla dei 40.000 miliardi:

chi mette concretamente i soldi?

Il debito americano viene acquistato da una platea enorme:

  • famiglie e investitori americani;
  • fondi pensione;
  • fondi comuni ed ETF;
  • banche;
  • compagnie di assicurazione;
  • money market funds;
  • Federal Reserve;
  • investitori stranieri;
  • governi e banche centrali estere.

La profondità di questo mercato è una delle principali ragioni per cui gli Stati Uniti possono sostenere un indebitamento che sarebbe molto più problematico per quasi qualsiasi altro Paese.

Ma la capacità di assorbimento non è infinita.

A giugno 2026 gli investitori stranieri possedevano circa 9.300 miliardi di dollari di Treasury.

Il Giappone rimaneva il maggiore detentore estero con circa 1.116 miliardi, seguito dal Regno Unito con circa 940 miliardi.

La Cina era scesa a circa 633 miliardi, il livello più basso dal 2008.

Ma qui bisogna evitare una narrazione molto diffusa sui social.

La Cina non ha deciso improvvisamente nel 2025 o 2026 di vendere il debito americano.

Pechino riduce gradualmente la propria esposizione ai Treasury da molti anni.

Non siamo davanti a un’improvvisa fuga cinese iniziata oggi, ma a una lunga diversificazione delle riserve.

E soprattutto la Cina non è più indispensabile al finanziamento americano come poteva apparire quindici o vent’anni fa.

Il problema è più ampio.

Nel giugno 2026 le disponibilità estere complessive di Treasury sono scese da 9.371 a 9.299 miliardi, pur rimanendo superiori del 2,3% rispetto all’anno precedente.

Quindi non stiamo assistendo a una fuga generalizzata dagli Stati Uniti.

Ma stanno emergendo segnali interessanti sulla domanda marginale, cioè su chi sia disposto ad acquistare le nuove emissioni.

Nei dodici mesi più recenti gli acquisti netti di Treasury da parte degli investitori privati stranieri hanno mostrato un forte rallentamento, mentre gli investitori internazionali hanno continuato ad acquistare massicciamente azioni americane.

Il capitale straniero non sta necessariamente abbandonando gli Stati Uniti.

Potrebbe semplicemente chiedere rendimenti più elevati per finanziare il loro governo.

Ed è una differenza enorme.

IL VERO LIMITE POTREBBE ESSERE IL RISPARMIO DISPONIBILE NEL MONDO

Qui il ragionamento diventa ancora più interessante.

I 40.000 miliardi non vanno confrontati soltanto con la dimensione dell’economia americana.

Gli Stati Uniti devono continuamente raccogliere capitale all’interno di un mercato mondiale del risparmio che non è infinito.

Il governo americano compete per quel capitale con:

  • altri Stati;
  • imprese;
  • infrastrutture;
  • transizione energetica;
  • industria della difesa;
  • data center e intelligenza artificiale;
  • investimenti dei Paesi emergenti.

Se il debito americano aumenta di trilioni ogni anno mentre il bacino di risparmio disponibile cresce più lentamente, la conseguenza non deve necessariamente essere una crisi.

Può essere molto più semplice: il prezzo del denaro sale.

Gli investitori continuano a comprare Treasury, ma chiedono un rendimento maggiore.

Ed è precisamente ciò che rende pericoloso il circolo degli interessi.

Il 18 agosto il rendimento del Treasury trentennale ha raggiunto il 5,34%, massimo dal 2007, mentre il decennale si muoveva intorno al 4,7%. Le tensioni geopolitiche e inflazionistiche hanno contribuito, ma tra le preoccupazioni degli operatori figura anche la traiettoria fiscale americana.

Il Tesoro ha successivamente annunciato un aumento delle operazioni di buyback sui titoli a lunga scadenza per favorire la liquidità del mercato.

Non è un salvataggio e le cifre coinvolte sono minuscole rispetto all’intero mercato.

Ma è un segnale da osservare.

IL MERCATO DEI BOND STA CERCANDO DI IMPORRE DISCIPLINA?

Stanley Druckenmiller, uno degli investitori più noti degli ultimi decenni e per anni legato professionalmente allo stesso Scott Bessent, ha espresso il suo punto di vista criticando apertamente l’aumento dei buyback deciso dal Tesoro in un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal dal titolo molto esplicito: “Let the Bond Market Speak”, cioè “Lasciate parlare il mercato dei bond”.

Secondo Druckenmiller, il rialzo dei rendimenti a lunga scadenza non è semplicemente un malfunzionamento del mercato da correggere, ma un segnale: gli investitori stanno chiedendo un prezzo maggiore per finanziare deficit e debito crescenti.

Il rischio, nella sua lettura, è che intervenire per comprimere artificialmente i rendimenti riduca proprio quella pressione che potrebbe costringere la politica a correggere la traiettoria fiscale. I buyback annunciati restano piccoli rispetto a un mercato Treasury superiore ai 30.000 miliardi di dollari, ma il problema è soprattutto di metodo e credibilità: se il mercato cominciasse a percepire il Tesoro come disposto a intervenire ogni volta che i rendimenti diventano politicamente scomodi, nel lungo periodo potrebbe chiedere un premio ancora maggiore.

La critica di Druckenmiller rafforza quindi una delle domande centrali di questa analisi: non soltanto chi continuerà a comprare il debito americano, ma a quale rendimento sarà disposto a farlo.

UN DEBITO CHE CRESCE PIÙ VELOCEMENTE DELL’ECONOMIA

Il problema fondamentale può essere sintetizzato con una semplice regola.

Se nel lungo periodo il debito cresce più rapidamente del PIL, il rapporto debito/PIL sale.

Ed è precisamente ciò che prevede oggi il CBO.

Il debito detenuto dal pubblico dovrebbe passare da circa 101% del PIL nel 2026 al 120% nel 2036.

Il precedente record americano era stato raggiunto nel 1946, subito dopo la Seconda guerra mondiale, con circa il 106%.

Secondo le attuali proiezioni quel record verrebbe superato attorno al 2030.

Guardando ancora più lontano, il CBO arriva al 175% del PIL nel 2056, a politiche invariate.

Una previsione a trent’anni non è una profezia.

Serve però a mostrarci una cosa: l’attuale sistema non tende spontaneamente a stabilizzarsi.

IL CONFRONTO: GLI USA NON SONO IL PAESE PIÙ INDEBITATO DEL MONDO

A questo punto viene spontanea una domanda.

Se un debito superiore al 100% del PIL è tanto preoccupante, cosa dobbiamo dire del Giappone?

E della Cina?

E dell’Europa?

Il confronto è utile proprio perché dimostra che il numero da solo non basta.

Giappone: molto più debito, ma un sistema diverso

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il debito pubblico lordo giapponese dovrebbe essere intorno al 204% del PIL nel 2026.

È enormemente superiore a quello americano.

Il Giappone ha però caratteristiche molto particolari: una forte base di risparmio domestico, una grande quota del mercato obbligazionario detenuta dalla Bank of Japan e una lunga storia di inflazione estremamente bassa.

Questo ha permesso per decenni a Tokyo di convivere con livelli di debito che avrebbero probabilmente provocato crisi altrove.

Il modello ha però avuto un prezzo: crescita molto debole, sistema finanziario fortemente condizionato dalla banca centrale e margini di manovra ridotti.

Eurozona: meno debito, ma nessun unico Tesoro

Alla fine del primo trimestre 2026 il debito pubblico dell’Eurozona era pari all’88,9% del PIL; nell’intera Unione Europea era all’82,9%.

La situazione è però completamente diversa dagli Stati Uniti.

Non esiste un unico grande debito federale europeo equivalente ai Treasury.

Esistono debiti italiani, francesi, tedeschi, spagnoli e degli altri Stati, con rischi e rendimenti differenti.

L’euro è la seconda grande valuta internazionale e rappresenta l’alternativa monetaria più credibile al dollaro, ma l’Europa non possiede ancora un mercato unico di titoli pubblici paragonabile per dimensione e liquidità a quello americano.

Questa è contemporaneamente una debolezza e una possibile opportunità futura.

Cina: il problema è nascosto in posti differenti

La Cina offre un confronto ancora più complesso.

Il debito ufficiale del governo centrale non raggiunge livelli paragonabili a quelli di USA o Giappone.

Ma una parte molto importante dell’indebitamento è collocata nei governi locali, nelle società da essi controllate, nei Local Government Financing Vehicles, nelle imprese pubbliche e nel settore immobiliare.

Secondo il FMI, nel 2025 il debito totale del settore non finanziario cinese era arrivato a circa il 310% del PIL; i soli LGFV rappresentavano circa il 51% del PIL.

Non significa che la Cina abbia un “debito pubblico del 310%”.

Significa precisamente il contrario: le strutture di debito sono talmente diverse che confrontare un solo numero può essere fuorviante.

Pechino dispone inoltre di un sistema bancario fortemente controllato dallo Stato e di controlli sui movimenti di capitale che permettono al governo di gestire il debito con strumenti che Washington, Tokyo o Bruxelles non possiedono.

PERCHÉ ALLORA GLI STATI UNITI NON SONO VICINI AL FALLIMENTO?

Arrivati fin qui si potrebbe cadere facilmente nell’eccesso opposto e concludere che gli Stati Uniti siano sull’orlo della bancarotta.

Non è così.

Il governo americano possiede un vantaggio che nessun altro debitore al mondo possiede nella stessa misura: emette la principale valuta internazionale.

Il dollaro rimane centrale:

  • nelle riserve delle banche centrali;
  • nei commerci internazionali;
  • nelle materie prime;
  • nel sistema bancario globale;
  • nei mercati dei derivati;
  • nei finanziamenti internazionali.

E i Treasury costituiscono ancora il principale safe asset del sistema finanziario mondiale.

Un fondo pensione, una banca centrale o una grande istituzione finanziaria che deve parcheggiare decine di miliardi in uno strumento estremamente liquido ha poche alternative realmente comparabili.

Questo concede agli Stati Uniti quello che da decenni viene definito “privilegio esorbitante” del dollaro.

Ma un privilegio non significa assenza di limiti.

Significa soprattutto che i limiti possono arrivare molto più tardi.

IL RISCHIO NON È NECESSARIAMENTE IL DEFAULT

È probabilmente sbagliato immaginare il problema del debito americano come un giorno preciso nel quale Washington improvvisamente non riesce più a pagare.

Lo scenario più realistico è graduale: una quota crescente del bilancio viene assorbita dagli interessi, mentre rendimenti più elevati sui Treasury si trasmettono a mutui, obbligazioni societarie, finanziamenti e costo del capitale.

Questo può comprimere gli investimenti privati e lasciare meno spazio fiscale alla prossima crisi.

Il debito, in altre parole, non deve necessariamente “esplodere”. Può semplicemente restringere progressivamente le possibilità dell’America.

IL VERO SIGNIFICATO DEI 40.000 MILIARDI

Il punto più importante non è il passaggio da 39.000 a 40.000 miliardi.

È che oggi il debito continua ad aumentare rapidamente anche senza una crisi paragonabile al 2008 o al 2020.

Il bilancio federale presenta ormai un deficit strutturale molto elevato e gli stessi interessi sul debito stanno diventando una delle cause principali dei nuovi deficit.

Con disavanzi vicini ai 2.000 miliardi annui, nuovi record sono quasi inevitabili in assenza di correzioni significative.

La vera domanda è quindi:

quanto debito pubblico americano può assorbire il sistema finanziario mondiale, e a quale prezzo?

Finché la domanda di Treasury rimane abbondante, Washington può continuare a finanziarsi. Ma se gli investitori richiedono rendimenti progressivamente più elevati, il costo degli interessi accelera ulteriormente la dinamica del debito.

È questo il circolo che rende i 40.000 miliardi qualcosa di più di una semplice cifra tonda.

LA TRAIETTORIA DEI PROSSIMI ANNI

Secondo il CBO, a politiche sostanzialmente invariate, entro il 2036 gli Stati Uniti potrebbero arrivare a:

  • circa 56.000 miliardi di debito detenuto dal pubblico;
  • circa 64.000 miliardi di debito federale lordo;
  • un deficit annuale di circa 3.100 miliardi;
  • oltre 2.100 miliardi di interessi netti all’anno;
  • un rapporto debito detenuto dal pubblico/PIL del 120%.

Naturalmente molte cose possono cambiare prima: governi, tasse, spesa, inflazione, tassi, tecnologia e crescita.

Ma il messaggio delle proiezioni è chiaro: l’attuale sistema non tende spontaneamente a stabilizzarsi.

I 40.000 miliardi non rappresentano l’inizio di una crisi.

Rappresentano però un buon momento per chiedersi quanto ancora possa durare questa traiettoria senza richiedere una correzione significativa.

 

Fonti principali

 

Exit mobile version