Donald Trump alza la voce contro l’Europa sulla digital tax e lancia un avvertimento all’Iran

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, torna a farsi sentire con toni decisi, minacciando l’Europa riguardo all’introduzione di una tassa sui servizi digitali e rinnovando le sue accuse all’Iran per una presunta violazione del cessate il fuoco nello Stretto di Hormuz. In due tweet consecutivi, Trump esprime la sua frustrazione nei confronti di quelli che considera i suoi obiettivi preferiti.

"Molti Paesi europei stanno valutando l’implementazione di un’imposta sui servizi digitali che colpirà le aziende americane. Chiunque decida di applicare tale tassa subirà immediatamente un dazio del 100% su tutte le esportazioni verso gli Stati Uniti", ha dichiarato Trump su Truth, in un chiaro segnale di tensione con gli alleati europei, dopo le controversie legate alla mancanza di supporto nella crisi iraniana.

La risposta da Bruxelles non è tardata ad arrivare: una portavoce della Commissione Europea ha affermato che "l’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno il diritto sovrano di regolare le attività economiche sul proprio territorio", avvertendo che "misure unilaterali sarebbero ingiustificate e, se adottate, l’UE risponderà in modo rapido e deciso". La digital tax è da tempo oggetto di critiche da parte dell’amministrazione americana, che la considera discriminatoria nei confronti delle grandi aziende tecnologiche statunitensi. Sebbene Trump avesse già minacciato dazi in passato, recentemente sembrava aver messo da parte la questione, concentrandosi su altre sfide, in particolare quelle legate alla crisi in Medio Oriente.

La situazione con l’Iran rimane delicata e il presidente americano si trova in un confronto diretto con i suoi critici, sia all’estero che in patria, che considerano l’accordo con Teheran come una sconfitta per gli Stati Uniti. Trump continua a sottolineare l’importanza della sicurezza nello Stretto di Hormuz, un elemento cruciale del memorandum d’intesa raggiunto, attraverso il quale è stato istituito un canale di comunicazione diretto tra Washington e Teheran per prevenire incidenti. "È aperto", ribadisce il presidente in diverse occasioni, cercando di rassicurare sia i suoi detrattori che i mercati. Tuttavia, la situazione sul campo è complessa: Trump ha recentemente parlato di una violazione del cessate il fuoco in seguito al lancio di "almeno quattro droni d’attacco unidirezionali" da parte dei pasdaran contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Alcuni osservatori avvertono che questa ammissione potrebbe avere ripercussioni, sebbene non siano ancora chiare.

È certo che un nuovo blocco a Hormuz potrebbe innescare un’impennata dei prezzi del petrolio, con conseguenti aumenti del costo della benzina per gli americani, creando problemi sia per Trump che per il partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato. Mentre la corsa per raggiungere un accordo definitivo con l’Iran entro i prossimi 60 giorni continua, il presidente sta anche valutando le sue prossime mosse nel complesso scenario mediorientale.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la Casa Bianca e il Pentagono starebbero considerando la possibilità di trasferire alcune basi militari lontano dai siti attualmente presenti nel Golfo Persico, a seguito dei danni ingenti causati dagli attacchi iraniani, in particolare in Bahrein. Una delle opzioni contemplate sarebbe quella di spostare le nuove sedi in Israele, una mossa che rafforzerebbe ulteriormente i legami tra Washington e il suo principale alleato in Medio Oriente, nonostante le recenti critiche rivolte al premier Benjamin Netanyahu. Resta da vedere come reagiranno i Paesi del Golfo a questo possibile riposizionamento.

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