Petrolio supera i 100 dollari, i mercati globali subiscono un calo: l’aumento del conflitto in Medio Oriente fa schizzare i prezzi.

ROMA – L’aumento del conflitto in Medio Oriente sta causando un significativo incremento dei prezzi del petrolio, generando preoccupazione nei mercati e contribuendo all’innalzamento dei rendimenti dei titoli di Stato. In questo contesto, il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea (Bce) ha deciso di mantenere invariati i tassi d’interesse, come previsto, ma ha lasciato intendere che potrebbe intervenire a settembre.

Nell’attuale era contrassegnata da Trump e dall’intelligenza artificiale, le borse sembrano avere difficoltà a stabilizzarsi. Dopo un periodo di rialzi e rimanendo comunque ai massimi storici, ieri Wall Street e le piazze europee hanno registrato una flessione. Questo calo è stato influenzato dalla possibilità che il conflitto in Iran si estenda a tutta la regione, dall’aumento del prezzo del petrolio (il Brent ha superato i 100 dollari al barile) e da nuove incertezze relative all’intelligenza artificiale. A New York, Tesla ha perso fino al 14%, mentre Alphabet ha registrato un calo di quasi il 6%. Entrambe le aziende hanno reso noti risultati finanziari non del tutto soddisfacenti e hanno evidenziato un incremento degli investimenti nell’IA. Sebbene ci siano segnali di crescita (i ricavi del settore cloud di Google sono aumentati dell’82%), Tesla continua a investire in robotica, veicoli a guida autonoma e centri dati, suscitando preoccupazione tra gli investitori.

A Wall Street, il Dow Jones ha subito un calo di oltre 600 punti, con una diminuzione di oltre l’1%, mentre l’S&P 500 ha perso l’1,5% e il Nasdaq, l’indice maggiormente influenzato dal settore tecnologico, ha registrato un ribasso di quasi il 2,5%. In Europa, la situazione è stata simile: l’aumento del prezzo del petrolio e le dichiarazioni della Bce hanno spinto l’indice paneuropeo STOXX 600 a scendere dell’1,3%, con una perdita di 683 punti, segnando la giornata peggiore delle ultime due settimane. Milano ha vissuto una delle performance peggiori in Europa, con l’indice principale Ftse Mib che ha registrato un calo del 2,8%.

A contribuire ulteriormente al ribasso dei mercati è stato l’aumento del prezzo del petrolio, registrato dopo che gli Houthi, il gruppo militante yemenita sostenuto da Teheran, hanno rivendicato un attacco a due petroliere saudite nel Mar Rosso. Attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, transita circa il 10% del petrolio trasportato via mare; una chiusura di questa rotta costringerebbe le petroliere a circumnavigare l’Africa, comportando tempi e costi maggiori. A differenza dello stretto di Hormuz, dove l’Iran ha un controllo diretto, nel Mar Rosso Teheran può colpire solo attraverso alleati come gli Houthi. I prezzi sono aumentati ulteriormente dopo che Donald Trump ha minacciato di bombardare le infrastrutture petrolifere iraniane.

L’aumento del prezzo del petrolio non ha impatti esclusivamente sui mercati azionari. Un petrolio più costoso porta a un incremento dei costi energetici e alimenta timori di una nuova spinta all’inflazione, proprio mentre la Federal Reserve cerca di comprendere quando e di quanto aumentare i tassi. Ieri, il Dutch Ttf, il benchmark del gas naturale europeo, ha raggiunto 63 euro per megawattora, in crescita ma ancora lontano dal record intraday del 26 agosto 2022, quando, a causa della guerra in Ucraina, aveva toccato i 350 euro. Anche i titoli di Stato americani hanno mostrato un’escalation, con i rendimenti del decennale che hanno raggiunto il 4,695%. Pochi giorni prima della riunione del Fomc, i mercati attribuiscono una probabilità del 35% a un aumento dei tassi già a luglio, rispetto al 10% di una settimana fa. Un rialzo a luglio rappresenterebbe un’inversione rispetto alle aspettative di soli sette giorni prima e potrebbe verificarsi entro settembre.

La Banca Centrale Europea, nel frattempo, ha mantenuto i tassi d’interesse invariati, ma il messaggio proveniente da Francoforte è di tutt’altro tono e lascia aperta la possibilità di un aumento nella riunione del 10 settembre. Il Consiglio Direttivo ha confermato il tasso sui depositi al 2,25%, decidendo all’unanimità di attendere nuovi dati prima di intervenire, pur riconoscendo che il dibattito interno è stato più acceso del previsto. «Alcuni governatori si sono chiesti se non dovessimo considerare un rialzo», ha dichiarato la presidente Christine Lagarde, chiarendo però che alla fine il Consiglio ha optato per un approccio di attesa e osservazione riguardo l’evoluzione della situazione e i dati che arriveranno nelle prossime settimane. Questa impostazione mantiene aperta la possibilità di un incremento dopo l’estate. Sebbene Lagarde non abbia fatto nomi, è probabile che Isabel Schnabel abbia sollevato la questione, avendo recentemente espresso posizioni favorevoli a un rialzo.

A pesare sulle decisioni della Bce è soprattutto il rischio energetico legato al conflitto in Medio Oriente. "L’incertezza rimane elevata e l’impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi appieno", ha spiegato Lagarde, aggiungendo che il Consiglio seguirà con attenzione "l’intensità e la durata dello shock, così come i suoi effetti indiretti". Le prospettive sui prezzi energetici, ha sottolineato, rimangono "ben al di sopra dei livelli registrati prima del conflitto", mentre i rischi inflazionistici "tendono al rialzo".

La Bce conferma così un approccio rigorosamente basato sui dati, senza impegnarsi su un percorso prestabilito per i tassi. Prima della riunione di settembre, sono attese due rilevazioni sull’inflazione, il Pil dell’area euro, gli indici Pmi e altri indicatori chiave che saranno fondamentali per la prossima decisione. Sul fronte economico, Francoforte riconosce che la crescita rimarrà debole nel breve termine, frenata dai costi energetici elevati e dall’incertezza geopolitica, ma continua a ritenere solidi i fondamentali di medio periodo grazie ai consumi, agli investimenti, alle infrastrutture e alla digitalizzazione. Uno scenario che, a meno di una rapida risoluzione delle tensioni internazionali, mantiene alta la probabilità che la prossima mossa della Bce possa essere un ulteriore rialzo del costo del denaro.

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