La razionalità economica non determina le guerre. La spesa militare è frequentemente descritta come un motore per il PIL. Sebbene ci sia un fondo di verità in questa affermazione, è fondamentale sottolineare che si tratta di un costo sostenuto per evitare l’uso delle armi. «Gli esperti – chiarisce l’economista Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi – definiscono questo fenomeno come deterrenza. Nel 2023, la spesa militare globale ha superato i 2.200 miliardi di dollari, corrispondente al 2,2% del PIL mondiale». Questa cifra evidenzia l’onerosità della deterrenza. Tuttavia, quando le armi vengono effettivamente utilizzate, anche il modesto entusiasmo generato dal PIL militare svanisce. I conflitti armati spostano risorse dall’economia civile, comprimono i consumi, alimentano l’inflazione, distruggono capitale fisico e umano e aumentano i premi di rischio per chi presta o investe. «Secondo stime metodologicamente solide, il moltiplicatore macroeconomico in tempo di guerra è negativo, oscillando tra -2,5 e -17 volte la spesa militare rispetto al PIL», aggiunge Russo.

I mercati

I mercati anticipano la conclusione del conflitto: le Borse rispondono positivamente, mentre il prezzo del petrolio scende.

Nonostante questa logica generale che impoverisce l’intero sistema, esistono attori che traggono vantaggio dalla situazione. Nel breve termine, i principali beneficiari sono le industrie belliche, inclusi produttori di armi, equipaggiamenti e esplosivi. Non si tratta di una novità storica, ma cambia il profilo delle aziende coinvolte. Si affiancano a quelle tradizionali anche aziende che producono tecnologie “dual use” innovative. «Un esempio emblematico è fornito dai droni. Aziende come Elbit Systems (Israele, ricavi 2023 di circa 6 miliardi di dollari), AeroVironment (USA, quotata al Nasdaq), Leonardo (Italia, ricavi oltre 15 miliardi di euro) e Parrot ed EHang Holdings hanno visto le loro valutazioni muoversi in stretta correlazione con l’intensità dei conflitti in corso», afferma Russo. In aggiunta, la guerra cibernetica ha portato a un incremento della domanda per le società di sicurezza informatica, che ottengono ordini sia nella fase pre-bellica che in quella post-conflitto. Esempi includono CrowdStrike, Palo Alto Networks e Leonardo Drs.

Il settore dei trasporti presenta una domanda rigida, poiché le filiere globali non possono essere riorganizzate rapidamente e le merci devono continuare a essere movimentate. Tuttavia, le aziende di trasporto devono affrontare costi più elevati per assicurazioni, salari e carburante, il che porta a una distribuzione del premio di rischio tra vari fattori produttivi prima di arrivare agli azionisti.

IL DOSSIER

Corsa agli armamenti: vendite record nel 2024. In testa UE e USA, SpaceX raddoppia il fatturato.

Le imprese energetiche

Le aziende del settore energetico risultano generalmente avvantaggiate in contesti di conflitto, poiché i carburanti diventano beni strategici. Inoltre, la guerra mette in evidenza come il rischio associato alle azioni energetiche fosse sottovalutato, rendendo probabile una rivalutazione del settore nel lungo periodo. Anche le compagnie assicurative potrebbero trarre vantaggio da polizze più costose, ma rimangono esposte a sinistri difficili da valutare. Nel lungo termine, le opportunità più significative si concentrano sulla ricostruzione e sul ritorno dei consumi, in particolare nei settori del turismo e del lusso. «Questo fenomeno è noto come consumo di rivalsa: dopo ogni conflitto, come già osservato dopo la pandemia da Covid-19 (con un aumento dei consumi di lusso e turismo superiore al 30% nel 2022 rispetto al 2019 in molti mercati chiave), le economie tendono a liberare domanda soppressa in modo sorprendentemente rapido», spiega l’economista.

L’intervista

Villeroy: “Economia e Borse sempre più incerte. Se necessario, la BCE alzerà i tassi d’interesse.”

Nel frattempo, i mercati azionari stanno scendendo, l’oro non offre un rifugio sicuro e l’indice VIX (la misura della paura sui mercati) ha superato i 40, rispetto a una media storica di 19-20. Cinque settimane di conflitto in Iran hanno avuto un costo elevato anche per Piazza Affari. Come tutte le borse mondiali, anche Milano è influenzata dalle dichiarazioni di Donald Trump, che pesano sulle decisioni degli operatori, già preoccupati per possibili revisioni al ribasso degli utili e per l’aumento dei tassi d’interesse. In poco più di un mese di conflitto, il solo indice Ftse Mib ha perso 30 miliardi di euro di capitalizzazione, toccando un rosso teorico di 75 miliardi nelle quattro settimane di guerra.

Le incertezze economiche hanno colpito duramente i titoli finanziari, che hanno subito una perdita di 35 miliardi di euro a Palazzo Mezzanotte, un importo superiore a quello registrato dall’intero indice principale dall’inizio dei bombardamenti. Il titolo che ha subito le perdite maggiori è Unicredit: da un valore di 109 miliardi a fine febbraio è sceso a 94,5 miliardi giovedì Santo (-14,5 miliardi). Intesa Sanpaolo è passata da 101 a 92,65 miliardi (-9 miliardi). Anche altri settori non sono immuni dalle tensioni in Medio Oriente: Ferrari ha perso 5 miliardi di capitalizzazione, mentre Enel ha visto un calo di 4,5 miliardi.

mercati

Le Borse europee scendono a causa della guerra in Medio Oriente, con oscillazioni continue nel prezzo del petrolio.

Dall’altra parte, le aziende petrolifere beneficiano dell’impennata del prezzo del greggio, più che raddoppiato dalla fine di febbraio. Eni ha registrato un guadagno superiore al 20% in poco più di un mese, aumentando il suo valore di quasi 13 miliardi; Tenaris è salita del 10% e Saipem ha superato gli 8 miliardi di capitalizzazione.

«Il mercato sta mostrando cambiamenti direzionali estremamente rapidi, frequentemente innescati da singole dichiarazioni, con movimenti bruschi e repentini. Questa dinamica non favorisce nessuno», sottolinea Luigi De Bellis, co-responsabile della ricerca di Equita. Nelle sale operative c’è speranza che le scadenze elettorali negli Stati Uniti e le differenze nelle capacità militari possano accelerare la fine del conflitto: «L’Europa è attualmente la regione più penalizzata, ma potrebbe trarre il massimo beneficio da una risoluzione».

A Milano, nell’ultimo mese, gli indici delle piccole e medie imprese del made in Italy hanno subito cali maggiori rispetto al listino principale, con perdite a doppia cifra. Tuttavia, secondo Andrea Randone, responsabile della ricerca sulle mid-small cap di Intermonte, «la situazione delle PMI è buona: l’esposizione diretta al Medio Oriente è quasi sempre limitata, il livello di indebitamento è basso e la capacità di determinare i prezzi dovrebbe proteggere i margini».

La contrazione della Borsa offre opportunità di investimento, con un approccio selettivo ai titoli azionari. A Piazza Affari, conclude Randone, «notiamo una sottovalutazione evidente delle società che guidano l’innovazione tecnologica, che dall’inizio dell’anno hanno riflettuto la crescente preoccupazione degli investitori riguardo agli effetti legati all’adozione dell’intelligenza artificiale».

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