Wall Street in crisi: il settore software perde 1.200 miliardi di dollari

Negli ultimi trenta giorni, il settore software ha subito una perdita di 1.200 miliardi di dollari in capitalizzazione, frutto di una massiccia ondata di vendite che ha trasformato l’ottimismo riguardante l’intelligenza artificiale in un timore diffuso di obsolescenza. Gerry Fowler, strategist di UBS, sottolinea come ciò che ha dominato il mercato negli ultimi quindici anni sia ora diventato l’aspetto più vulnerabile. Gli investitori stanno abbandonando i modelli immateriali per cercare rifugio nella stabilità dei beni tangibili. Il crollo è stato innescato da un rapporto di Citrini Research, che ha sollevato interrogativi sulla solidità dei grandi nomi della tecnologia. Tuttavia, l’annuncio di Meta di un investimento di 100 miliardi di dollari in chip Amd ha riportato una certa tranquillità sui mercati.

Il fulcro di questa crisi finanziaria si trova in un documento di settemila parole redatto da Citrini, che ha delineato un futuro distopico per il settore tecnologico. Questa analisi ha trasformato una scommessa su nuove tecnologie in un catalizzatore per vendite massicce. Secondo il rapporto, l’AI potrebbe ridurre il valore del lavoro intellettuale, storicamente considerato una risorsa preziosa, provocando una “crisi globale dell’intelligenza” che colpirà in particolare le aziende di software, i gestori patrimoniali e le compagnie assicurative. La reazione del mercato è stata immediata e drammatica: aziende come Datadog, CrowdStrike e Zscaler hanno visto le loro azioni scendere di oltre il 9% in un solo giorno, mentre IBM ha registrato il calo più significativo dal 2000, con una perdita del 13%. Gli investitori hanno iniziato a temere una “FOBO” (fear of becoming obsolete), colpendo anche società come DoorDash, considerate vulnerabili all’emergere di nuovi agenti autonomi. La catena di scommesse sulla produttività dei professionisti sembra essersi spezzata, mentre il Dow Jones si trova in un clima di incertezza non visto da tempo.

Con il settore tech in difficoltà, i flussi di capitale si sono spostati verso le cosiddette “Halo stocks”, ovvero aziende con asset fisici e bassa obsolescenza. Questo rappresenta un ritorno alla concretezza. I sottoindici delle utility e dell’energia hanno registrato aumenti rispettivi del 9% e del 23%, premiando le aziende che possiedono infrastrutture fisiche e risorse naturali. Guillaume Jaisson, strategist di Goldman Sachs, evidenzia come i business ad alta intensità di capitale siano più resistenti ai rischi di innovazione legati ai nuovi software. In questo contesto, gruppi come Exxon e Chevron hanno visto i loro titoli crescere di oltre il 20% dall’inizio del 2026, mentre aziende energetiche come Generac e produttori di materiali come Corning si sono affermati tra i migliori performer dello S&P 500. Il mercato sta invertendo una tendenza di quindici anni, caratterizzata da tassi di interesse prossimi allo zero che favorivano modelli scalabili e “asset light”. Attualmente, con tassi più elevati e incertezze tecnologiche, beni come terra, energia e acciaio stanno tornando a essere considerati rifugi sicuri per gli investitori preoccupati per l’impatto dell’AI sui brevetti e sul software esistente.

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Le preoccupazioni non riguardano solo le quotazioni delle azioni, ma si estendono anche alla stabilità del sistema creditizio. Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, ha lanciato un monito chiaro, tracciando parallelismi inquietanti con il periodo 2006-2007. Dimon mette in guardia contro “l’eccesso di fiducia e i prestiti imprudenti” concessi per aumentare i margini di interesse in un contesto di euforia senza precedenti. Non è la prima volta che il banchiere segnala segnali di deterioramento sistemico, citando la teoria degli scarafaggi: la presenza di un esemplare indica che ce ne sono molti altri nascosti. Secondo Dimon, il rischio di credito potrebbe annidarsi nel settore software, a causa dell’impatto dirompente dell’AI, capace di destabilizzare i flussi di cassa in modo più rapido rispetto alle garanzie contrattuali. Anche il settore del private credit, che ha sostenuto l’espansione tecnologica, mostra segni di cedimento, con cali significativi per Apollo Global Management e Blue Owl, alimentando il sospetto che la marea stia iniziando a ritirarsi.

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La spirale negativa si è arrestata, almeno temporaneamente, quando Mark Zuckerberg ha deciso di riorientare gli investimenti di Meta, annunciando un piano da 100 miliardi di dollari per l’acquisto di processori Amd. Questa decisione ha stabilizzato il settore dei semiconduttori, dimostrando che le Big Tech non intendono rallentare la loro corsa, nonostante i dubbi sulla redditività a breve termine. Tuttavia, il rischio sussiste qualora gli investitori più cauti decidano di interrompere il percorso intrapreso. Questo ingente impegno finanziario ha permesso al Nasdaq di recuperare parte delle perdite, spostando l’attenzione dalla paura della disruption alla realtà degli investimenti infrastrutturali. Resta comunque alta la volatilità, con il mercato pronto a reagire a qualsiasi nuova analisi che possa mettere in discussione la solidità del settore tecnologico. Gli operatori avvertono che il terreno sta cambiando rapidamente e che la distinzione tra i vincitori e i perdenti della rivoluzione digitale non si basa più solo sulla capacità di innovare, ma sulla resilienza dei modelli di business di fronte a un cambiamento senza precedenti per velocità e portata distruttiva.

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