
La dimensione delle banche: un tema cruciale
Nell’attuale contesto europeo, la dimensione delle banche è diventata un argomento di fondamentale importanza. In un’Eurozona che stenta a produrre istituti bancari nazionali in grado di competere con i colossi tecnologici e di affrontare una regolamentazione sempre più rigorosa, il consolidamento nel settore bancario non è più una semplice opportunità, ma una necessità per garantire la sopravvivenza del sistema stesso. Gian Luca Trequattrini, segretario del Direttorio della Banca d’Italia e vice direttore generale designato, ha ribadito durante un convegno a Roma organizzato dall’Associazione Antitrust Italiana che il mercato bancario è unico: è altamente regolamentato, richiede un elevato capitale e presenta asimmetrie informative e vincoli prudenziali severi. Secondo Trequattrini, in questo scenario, la dimensione deve essere considerata non come una minaccia, ma come un “veicolo di efficienza, innovazione e resilienza agli shock”. Ha inoltre evidenziato che il consolidamento rappresenta “uno dei principali strumenti di riorganizzazione del settore” in risposta a pressioni economiche, tecnologiche e normative che hanno influenzato i modelli di business delle istituzioni finanziarie. Senza una massa critica adeguata, il sistema creditizio rischia di essere schiacciato dall’aumento dei costi tecnologici e dalla competizione delle Big Tech, rendendo necessaria una riflessione approfondita su come mantenere un equilibrio tra stabilità e concorrenza.
Un panorama bancario in evoluzione
Il settore bancario europeo ha attraversato una trasformazione radicale, con una significativa riduzione del numero di istituti per favorire la formazione di gruppi più robusti e resilienti. I dati presentati da Trequattrini mostrano un crollo del numero di banche nell’Eurozona, che è passato da 10.900 nel 2001 a poco più di 4.300 nel 2022, con una diminuzione del 60%. Nel periodo tra il 2008 e il 2022, il numero medio di banche per Stato membro è calato del 52%, mentre la dimensione media degli istituti, misurata in attivo totale, è aumentata di oltre il 70% in termini nominali. Questa tendenza è osservabile anche negli Stati Uniti, dove il numero di banche commerciali è sceso da oltre 8.300 nel 2000 a circa 4.600 nel 2023, e nel Regno Unito, dove gli istituti autorizzati sono diminuiti da quasi 500 a meno di 300 nello stesso intervallo di tempo. In Italia, l’eliminazione dei vincoli geografici e le privatizzazioni hanno incentivato le aggregazioni, trasformando il sistema da una struttura frammentata a un assetto caratterizzato da pochi grandi gruppi sistemici. Nel 2014, le banche individuali erano 510; nel 2024, il numero sarà sceso a 81. Tuttavia, questo ridimensionamento non ha soffocato la competizione interna: la quota delle prime cinque banche italiane è scesa dal 60% circa del 2000 a meno del 50% attuale, dimostrando che “il consolidamento non ha necessariamente compresso la concorrenza a livello nazionale”.
Una mancanza di integrazione europea
Tuttavia, rimane una certa insoddisfazione per l’incompletezza dell’integrazione europea. Trequattrini ha chiarito che “l’Unione bancaria, ancora incompleta, ha favorito l’integrazione, ma non ha eliminato le frammentazioni; il consolidamento è rimasto in gran parte domestico”. La mancanza di un sistema di garanzia dei depositi pienamente mutualizzato continua a frenare gli incentivi per fusioni transfrontaliere, ostacolando la creazione di veri “campioni paneuropei”.
Necessità di aggregazione
La spinta verso l’aggregazione non è il frutto di decisioni arbitrarie, ma una necessità vitale per affrontare costi fissi sempre più elevati su una base operativa più ampia. L’attività bancaria moderna richiede investimenti significativi che le banche più piccole faticano a sostenere senza compromettere i propri margini. “Aumentare la dimensione consente di distribuire su una base più ampia i costi di IT, compliance e gestione del rischio”, ha affermato Trequattrini, sottolineando che le fusioni possono generare efficienze reali se verificabili e trasferibili ai clienti. Il problema centrale è rappresentato dal muro tecnologico: nel 2011, gli investimenti in tecnologia costituivano solo il 2% dei costi operativi delle banche italiane, mentre nel 2023 questa percentuale è salita al 7%. Investimenti in sistemi di core banking, piattaforme cloud, governance dei dati e intelligenza artificiale per il credit scoring non sono più considerati un lusso, ma “una condizione necessaria per rimanere competitivi”. Questi investimenti presentano una struttura di costo definita “lumpy”, caratterizzata da elevati esborsi iniziali e benefici che si manifestano solo nel tempo, rendendo la loro sostenibilità “particolarmente onerosa per gli intermediari di minori dimensioni”.
Il ruolo della tecnologia e della regolamentazione
In questo contesto, la dimensione è cruciale, poiché “la tecnologia assume quasi le caratteristiche di un bene pubblico interno all’organizzazione bancaria: una volta sostenuto il costo di implementazione, il suo utilizzo su una base più ampia di clienti comporta costi marginali ridotti”. Anche la regolamentazione funge da acceleratore. Standard come il Regolamento DORA sulla resilienza operativa digitale impongono strutture organizzative così complesse da rendere le fusioni “una scelta quasi obbligata per diluire costi fissi crescenti”. Accanto alle economie di scala, emergono anche le economie di scopo, dove l’offerta di più servizi alla stessa clientela — dal credito alla gestione del risparmio fino alle assicurazioni — consente di “sfruttare sinergie informative e commerciali”, rendendo la relazione banca-cliente “più ricca di informazioni e potenzialmente più efficiente nella valutazione del rischio”.
Nuove sfide competitive
Il panorama competitivo si è ampliato, portando le banche a confrontarsi con fintech e Big Tech che mirano ai segmenti più scalabili, come i pagamenti digitali e il credito al consumo. Secondo il Financial Access Survey 2025 del FMI, le transazioni digitali pro capite sono aumentate drasticamente, passando da 55 nel 2017 a 251 nel 2024, mentre il modello “Buy now, pay later” ha raggiunto i 350 miliardi di dollari di transazioni nell’ultimo anno. Colossi come Amazon, Alibaba, Meta e Google traggono vantaggio da economie di rete e vasti database, operando spesso in un contesto regolamentare meno stringente.
Disparità nella concorrenza
“La competizione non avviene sempre su un piano perfettamente paritario”, ha avvertito Trequattrini, citando studi che dimostrano come gli operatori non bancari basati sulla tecnologia siano “più efficienti delle banche” proprio grazie all’assenza di pesanti costi operativi derivanti dalla regolamentazione. Contemporaneamente, cresce la preoccupazione per lo shadow banking: intermediari non bancari come fondi di investimento e veicoli di cartolarizzazione controllano ormai “oltre la metà degli asset finanziari globali”. Nell’area dell’euro, una parte significativa del credito alle imprese proviene da questi soggetti, riducendo la quota di mercato delle banche senza necessariamente aumentare il rischio complessivo del sistema. Per resistere a questa pressione, gli istituti di credito hanno bisogno di una massa critica che consenta loro di investire in innovazione e partnership tecnologiche, difendendo margini sempre più sotto pressione. L’uso di big data e intelligenza artificiale potrebbe infatti “amplificare ulteriormente i vantaggi dei soggetti più grandi e integrati”.
La sfida dell’equilibrio tra mercato e stabilità
L’equilibrio tra concorrenza e stabilità finanziaria rappresenta la sfida principale per le autorità antitrust del futuro. Non si tratta più di applicare meccanicamente vecchi schemi che collegano la concentrazione alla perdita di benessere per i consumatori, poiché “l’applicazione meccanica di questo schema al mercato bancario ha sempre presentato problematiche”. Trequattrini ha chiarito che “sistemi bancari molto frammentati possono essere più vulnerabili a dinamiche di compressione dei margini e assunzione eccessiva di rischio”. L’esperienza della crisi del 2007-2009 ha dimostrato che assetti più concentrati possono essere più solidi a livello individuale, sebbene presentino rischi sistemici legati al fenomeno delle entità “Too big to fail”, ossia troppo grandi per fallire.
Conclusioni sul futuro del settore bancario
Infine, “l’antitrust nel settore bancario opera su un terreno delicato”, ha affermato Trequattrini, sottolineando che la tutela della concorrenza non deve compromettere la stabilità. In situazioni critiche, il concetto di “failing firm” ha giustificato fusioni che rappresentavano “la soluzione meno dannosa rispetto a un’uscita disordinata dal mercato”. La valutazione deve essere “granulare, non solo aggregata”, in grado di esaminare i mercati locali dove la sostituibilità tra operatori è limitata e dove anche operazioni di minore rilevanza a livello nazionale possono avere effetti significativi sull’accesso al credito e sull’inclusione finanziaria. L’obiettivo finale non è scegliere tra mercato e stabilità, ha concluso Trequattrini, ma costruire un equilibrio sostenibile in un ecosistema dove la tecnologia ha già superato i confini tradizionali. In sintesi, la banca del futuro dovrà essere grande, tecnologicamente avanzata e integrata, altrimenti rischierà di diventare irrilevante.







