
Trump considera la propria moralità come il limite alle sue azioni politiche. Tuttavia, come ogni politico, anche lui non può trascurare le reazioni dei mercati. Questi ultimi valutano i rischi per la stabilità economica e, di conseguenza, apportano modifiche ai prezzi delle merci e delle attività finanziarie, influenzando il benessere delle famiglie e i profitti delle aziende, e punendo i governi che si comportano in modo irresponsabile.
Fino alla scorsa settimana, i mercati hanno mostrato una reazione piuttosto contenuta alle guerre, sia reali che annunciate, dal governo degli Stati Uniti. Questa apparente indulgenza è dovuta alla percezione che le minacce del presidente siano parte di una strategia negoziale piuttosto che di motivazioni ideologiche, e che egli sia disposto a fare marcia indietro di fronte alle prime difficoltà. Tuttavia, questa tolleranza potrebbe rappresentare un ulteriore esempio di come gli investitori spesso non riescano a considerare tutte le variabili che influenzano gli esiti delle azioni politiche.
La questione centrale che molti si pongono dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran è se questo nuovo conflitto si risolverà rapidamente, con il collasso del regime e un ritorno al dialogo, oppure se darà origine a una destabilizzazione prolungata dell’intera regione del Medio Oriente. Gli investitori stanno monitorando la situazione: l’indice S&P ha subito una perdita superiore al 2% (la più significativa dal crollo di aprile 2025, causato dall’annuncio dei dazi), per poi recuperare parzialmente, mentre le borse europee hanno registrato perdite vicine al 4%. Il prezzo del petrolio ha raggiunto livelli simili a quelli di metà 2024, mentre il costo del gas naturale è aumentato di circa il 30%. Questi movimenti, sebbene significativi, non sono eccezionali se confrontati con le crisi passate, come quella legata al Covid-19 o all’invasione dell’Ucraina. Sarà interessante osservare nei prossimi giorni se ci troviamo di fronte a una situazione simile a quella venezuelana, con una “normalizzazione” del regime iraniano, o a uno scenario iracheno, caratterizzato da un impegno militare costoso e prolungato per il governo statunitense, con conseguente perdita di consenso politico.
Lo scenario
Borse, il costo della guerra in Iran
Nel suo recente intervento, Paul Krugman ha paragonato la situazione attuale a quella del 1979, innescata dalla rivoluzione khomeinista, che portò a una grave crisi energetica, a un’impennata dell’inflazione e alla fine della presidenza Carter. Tuttavia, ci sono diversi argomenti a favore di chi ritiene che l’attuale situazione sia meno grave: oggi il petrolio iraniano rappresenta solo il 5,2% della produzione mondiale, rispetto all’8,5% del 1979; gli Stati Uniti sono ora autosufficienti dal punto di vista energetico; l’intensità petrolifera del PIL nei Paesi avanzati si è ridotta di circa il 70% dal 1970; infine, l’inflazione attuale è significativamente più bassa rispetto ai livelli del 1970 e rimane sotto il controllo delle banche centrali.
In aggiornamento
Doppio vertice sull’Iran, Meloni riunisce governo e aziende energetiche
Tuttavia, questi scenari relativamente rassicuranti sono controbilanciati da criticità altrettanto significative. Prima fra tutte, la minore rilevanza del petrolio è anche il risultato della crescente importanza del gas naturale, di cui il Medio Oriente detiene circa il 20% della produzione globale, seconda solo al Nord America. Questa questione è particolarmente rilevante per l’Europa, che importa quasi tutto il gas di cui ha bisogno. Sebbene i principali importatori siano i Paesi asiatici, l’Europa (eccetto l’Italia) è meno dipendente, ma l’interruzione dei trasporti nello stretto di Hormuz e la previsione di un conflitto prolungato possono generare un aumento generalizzato dei prezzi a causa di una diminuzione dell’offerta globale. Un’altra incognita, assente nella crisi del 1979, riguarda la capacità dei Paesi del Golfo di gestire lo shock derivante dalla reazione militare iraniana. Questi Paesi hanno acquisito una dimensione significativa nel mercato globale e, tramite i loro fondi sovrani, gestiscono un portafoglio finanziario di circa tremila miliardi di dollari.
LA GUIDA
Bond, energia, titoli della difesa: come difendersi dal crollo in Borsa
Un aspetto cruciale da considerare è che l’aumento dei prezzi energetici alimenta le aspettative inflazionistiche e potrebbe costringere le banche centrali ad alzare i tassi d’interesse, con effetti destabilizzanti sui mercati azionari mondiali. Ciò avverrebbe in un contesto in cui si diffonde la percezione che il mercato azionario sia fortemente sopravvalutato, dato che il rapporto prezzo-utili ha raggiunto livelli record e la stabilità del mercato finanziario statunitense è particolarmente incerta.
Il caso
Effetto guerra, schizza il prezzo del gas: ecco gli effetti sulle bollette
A causa delle politiche erratiche della presidenza Trump e della sua ingerenza nelle decisioni della Federal Reserve, gli Stati Uniti stanno perdendo la centralità che avevano in passato nel sistema finanziario internazionale. In passato, ogni crisi globale portava gli investitori a ribilanciare i propri portafogli verso titoli pubblici e azioni statunitensi per cercare protezione, consentendo così all’economia americana di gestire meglio l’impatto delle crisi rispetto ad altri Paesi. Questa perdita di centralità è evidente nella svalutazione del dollaro e nel ritorno all’oro come bene rifugio. Mentre la guerra in Medio Oriente ha conseguenze più gravi per l’Europa rispetto agli Stati Uniti, a causa della nostra dipendenza dalle importazioni di materie prime, il ritorno dell’inflazione, la destabilizzazione del mercato azionario e l’incapacità di ritirarsi rapidamente dagli impegni militari in Medio Oriente potrebbero avere un costo politico significativo per il presidente Trump, minando il suo dominio sul Congresso americano.