
Analisi della Situazione Energetica in Iran e Implicazioni Geopolitiche
Se valutassimo la situazione in Iran basandoci sui messaggi distopici provenienti dalla Casa Bianca, potremmo erroneamente concludere che tutto procede secondo le previsioni. Il Presidente, noto per le sue dichiarazioni imprevedibili, afferma: “La guerra si concluderà presto, quando lo deciderò io”. Tuttavia, è fondamentale esaminare i dettagli senza farsi influenzare dalla propaganda.
Attualmente, mentre numerose navi internazionali attendono di attraversare lo stretto di Hormuz, l’Iran ha incrementato le sue esportazioni di petrolio, superando i livelli prebellici. A partire dal 28 febbraio, sette petroliere hanno caricato greggio, probabilmente dirette verso la Cina, il principale alleato degli ayatollah. L’isola di Kharg, situata a circa cinquanta chilometri dal porto di Bushehr e circondata da acque profonde, rappresenta un punto strategico per le esportazioni iraniane, da cui partono il novanta per cento delle navi, con un transito di 1,5 milioni di barili al giorno. Sorprendentemente, in dodici giorni di bombardamenti, questo luogo è rimasto intatto dai colpi americani e iraniani. Secondo Neil Quillam di Chatham House, un’interruzione delle esportazioni potrebbe far schizzare i prezzi a 150 dollari al barile, ben oltre il picco raggiunto dopo l’inizio del conflitto.
Nonostante le rassicurazioni del Presidente, la situazione rimane critica. Questa settimana, i trentadue Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’energia hanno unanimemente deciso di immettere sul mercato quattrocento milioni di barili di riserve petrolifere, il doppio rispetto ai 182 rilasciati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Tali decisioni vengono adottate solo in circostanze eccezionali per prevenire crisi globali, come avvenuto durante la guerra del Kuwait nel 1991 o dopo l’uragano Katrina nel 2005.
Una regola fondamentale dei conflitti è che spesso sfuggono al controllo di chi li avvia. Da un lato, il Presidente Trump potrebbe avere motivi per perseguire il cambiamento di regime in Iran. Alla fine del mese, si recherà a Pechino per un incontro con Xi Jinping; è difficile immaginare che possano discutere mentre i bombardamenti colpiscono l’alleato chiave della Cina in Medio Oriente. D’altro canto, l’aumento dei prezzi del petrolio costringe la Casa Bianca a essere cauta: sebbene gli Stati Uniti siano energeticamente autonomi, nel mercato globale del petrolio nessuno è immune dagli aumenti. L’inflazione al tre per cento ha già irritato gli americani, e c’è il rischio che questo possa favorire l’opposizione democratica alle prossime elezioni di Midterm a novembre.
Trump e il suo alleato Benjamin Netanyahu, artefice della decisione di attaccare Teheran, potrebbero avere buone ragioni per liberarsi dell’ultimo regime ostile del Medio Oriente, principale finanziatore di Hamas. Tuttavia, il rischio di destabilizzazione è elevato: oltre un quinto del petrolio mondiale transita da Hormuz. Nonostante le convinzioni diffuse, petrolio e gas continuano a essere i principali combustibili dell’economia globale.
Quando i prezzi dell’energia aumentano, le conseguenze ricadono sui Paesi consumatori. Se il conflitto non si risolve, ciò favorirà Norvegia e Russia, permettendo a quest’ultima di vendere il suo petrolio, attualmente soggetto a sanzioni, a prezzi competitivi. I Paesi più vulnerabili agli aumenti dei prezzi di petrolio e gas saranno quelli con maggiore dipendenza da queste fonti.
In Italia e Germania, l’85% dei consumi energetici finali proviene da combustibili fossili, mentre in Spagna e Francia si attestano rispettivamente al 73% e al 46%. Chi ha rinunciato al nucleare, come l’Italia e la Germania, sta pagando un prezzo particolarmente alto. L’Italia, in particolare, è il Paese più vulnerabile all’aumento del gas, essendo questa fonte fondamentale per alimentare la grande industria.
I cinesi, ancora una volta, dimostrano di avere una visione a lungo termine. L’ultimo rapporto di JP Morgan sull’energia sfata il mito secondo cui la Cina sarebbe colpita dallo shock dei prezzi. Nonostante il quasi monopolio nella produzione di pannelli solari e batterie, il carbone continua a costituire il 54% del consumo energetico interno della Cina. Inoltre, Pechino era a conoscenza del probabile attacco americano e ha accumulato una riserva strategica di oltre un miliardo di barili di petrolio.
Trump ha comunque sfidato Xi, poiché la Cina ha potuto acquistare fino all’80% della produzione iraniana a prezzi scontati, dopo aver siglato un accordo quadriennale da quattrocento miliardi di dollari. Inoltre, Pechino ha contribuito a costruire gran parte della rete di sorveglianza iraniana e ha pianificato la fornitura di missili balistici e antinave.
A Washington, resta aperta la questione: ne è valsa la pena?