
Un nuovo inizio in calo. Il 2026 ha preso avvio seguendo la stessa tendenza negativa del precedente anno, senza segni di ripresa. I dati aggiornati sul bilancio mensile delle nascite indicano una diminuzione di circa duemila nuovi nati nei primi quattro mesi dell’anno. Rispetto al quadrimestre del 2025, in cui erano nati un numero maggiore di bambini, il 2026 ha visto un calo di circa il 2%.
Questo calo si inserisce dopo il dato record negativo del 2025, che ha registrato il numero più basso di nascite nella storia italiana, con un tasso di natalità ormai vicino alla metà dei 2,1 figli per donna, cifra necessaria per mantenere stabile la popolazione.
### Questioni sull’efficacia delle politiche
Nessuna delle politiche attuate finora sembra aver invertito questa tendenza. L’Inps ha recentemente messo in discussione l’efficacia dell’assegno universale, che varia da circa 60 a poco più di 200 euro mensili, a seconda della situazione economica certificata attraverso l’indicatore Isee. L’ente sottolinea che lo Stato investe annualmente quasi 20 miliardi di euro per sostenere milioni di famiglie con circa 10 milioni di figli.
Secondo le analisi dell’Inps, l’assegno ha avuto un impatto positivo sulla natalità tra le famiglie a basso reddito, incrementando la possibilità di avere un secondo figlio. Tuttavia, per le famiglie con redditi medi e alti, l’assegno non ha mostrato alcun effetto sulla natalità. I risultati dello studio evidenziano anche un effetto collaterale indesiderato: l’assegno avrebbe spinto alcune donne a lasciare il lavoro o a optare per contratti part-time, un fenomeno preoccupante in un Paese dove la partecipazione femminile al mercato del lavoro è già bassa e il lavoro part-time contribuisce significativamente alla disparità salariale.
### Le osservazioni dell’Inps
L’Inps osserva che “gli effetti di scoraggiamento dal lavoro sono più evidenti tra le donne alle prime fasi della carriera e con legami più deboli al mercato del lavoro, ovvero quelle con percorsi professionali più frammentati”. L’ente conclude affermando che “i trasferimenti monetari come questo possono stimolare la fecondità tra le famiglie con vincoli finanziari, ma possono anche ridurre l’offerta di lavoro delle madri”.
Un ulteriore esempio è fornito dalla Sardegna, dove è stato introdotto un contributo di 600 euro al mese per ogni figlio fino a cinque anni, destinato alle madri residenti nei piccoli comuni. Le famiglie beneficiarie hanno ricevuto 7.200 euro all’anno fino al quinto anno del bambino, per un totale di 36.000 euro per il primo figlio e 24.000 euro per i successivi.
In termini di nascite, questa misura ha portato a un incremento del 21%, ma ha anche comportato una riduzione del 25% nella probabilità di occupazione delle madri. Si è, quindi, assistito a una sostituzione dello stipendio con il bonus.
La questione rimane se sia possibile aumentare le nascite senza compromettere l’occupazione femminile. L’Inps suggerisce di potenziare i servizi di asilo nido e promuovere il lavoro agile. Inoltre, si discute da tempo della proposta di una completa defiscalizzazione degli stipendi delle donne a partire dal secondo figlio, una strategia che potrebbe contribuire a conciliare le esigenze familiari con quelle professionali.