La Cina non ha redatto una normativa sull’IA. Ha elaborato un programma industriale.

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Oggi, gli assistenti digitali sono in grado di eseguire operazioni come scrivere e-mail, riassumere documenti e interpretare tabelle. La nuova generazione di questi strumenti, invece, è in grado di compiere azioni autonome: prenotare voli, effettuare pagamenti, avviare pratiche e contattare clienti. Questi sistemi sono denominati agenti e si differenziano dai chatbot per il fatto che mentre il primo ti consiglia, il secondo esegue direttamente le operazioni.

Nel mese di maggio, tre autorità cinesi hanno congiuntamente presentato un documento contenente trentotto punti riguardanti l’implementazione di tali sistemi. Questo testo è poco conosciuto nel nostro Paese, ma merita attenzione non tanto per le regole specifiche, quanto per l’approccio di fondo. La questione centrale non è "cosa vietiamo", ma piuttosto "come possiamo raggiungere il 70% di adozione entro il 2027".

Il primo attore coinvolto nel piano cinese è lo Stato, che si occupa di settori come appalti, procedure amministrative, atti legali, protezione civile e gestione urbana. In questo contesto, la pubblica amministrazione è in prima linea. Al contrario, in Italia, il governo tende ad adottare tecnologie solo dopo averne verificato la sicurezza e una volta che queste sono già datate. In Cina, invece, lo Stato è il primo a sperimentare e utilizzare nuove tecnologie, fungendo da mercato di lancio. Chi stabilisce le regole è anche il primo cliente, il che modifica la natura del documento, rendendolo simile a un piano di acquisto piuttosto che a un semplice codice normativo.

Da questo approccio, si sviluppano anche le applicazioni per imprese e cittadini. Un aspetto cruciale del piano cinese è la classificazione delle decisioni in tre categorie: quelle che rimangono di esclusiva competenza umana, quelle che possono essere delegate a un sistema con autorizzazione esplicita e quelle che possono essere prese autonomamente dalla macchina. Questa distinzione, sebbene sembri tecnica, è fondamentale per le aziende che desiderano investire: se conoscono quali funzioni possono automatizzare e a quali condizioni, possono sviluppare prodotti adeguati; in caso contrario, preferiranno attendere.

Un’altra parte del documento, poco considerata in Occidente, prevede la creazione di un "internet intelligente". Questo comporta la registrazione di agenti, l’assegnazione di identità digitali per la loro identificazione, pagamenti tra macchine e regole per risolvere conflitti tra sistemi che richiedono operazioni incompatibili. Questi elementi costituiscono le fondamenta su cui i nuovi prodotti dovranno operare, progettati prima ancora che i prodotti stessi siano disponibili.

L’Europa, dal canto suo, non è rimasta inattiva. A partire dal 2 agosto, sono entrate in vigore le disposizioni di trasparenza previste dall’AI Act, e da luglio anche gli agenti devono dichiarare la loro natura artificiale quando interagiscono con gli utenti. Sebbene sia un passo giusto, è insufficiente: non abbiamo definito cosa vogliamo costruire con queste tecnologie né quali processi pubblici siamo disposti ad aprire per primi. Nel frattempo, la Commissione ha saltato la scadenza di febbraio per le linee guida sui sistemi ad alto rischio, e diversi Stati membri non hanno ancora nominato le autorità di controllo. Abbiamo protetto i cittadini senza chiarire da cosa, e senza fornire una direzione chiara.

Questa situazione è evidente nella mia esperienza quotidiana. Formiamo 35.000 professionisti all’anno e analizziamo centinaia di progetti. La domanda delle aziende è quasi sempre la stessa: "Quale strumento dobbiamo acquistare?". Raramente si chiedono: "Quali decisioni possiamo delegare e chi è responsabile in caso di errore della macchina?". Tra i CEO italiani con cui interagisco, circa il 40% considera l’intelligenza artificiale una moda passeggera, il 55% ha compreso l’importanza della tecnologia ma delega senza coinvolgimento attivo, e solo il 5% si impegna attivamente. Nessuno ha un piano scritto per la delega delle decisioni; Pechino, invece, ha delineato questa strategia all’interno di un documento governativo, permettendo alle sue imprese di orientarsi.

Un ulteriore aspetto riguarda i modelli di intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti dispongono di quattro modelli d’avanguardia, tutti di loro proprietà: OpenAI, Anthropic, Google e xAI. In Europa, abbiamo solo Mistral. Nei test di programmazione standard, i migliori modelli cinesi si avvicinano ai livelli americani, ma a costi notevolmente inferiori: 0,44 dollari per milione di token elaborati, rispetto ai 5 dollari dei modelli di punta di OpenAI e Anthropic, con una differenza ancora più marcata nella qualità delle risposte generate. Un direttore finanziario che desidera automatizzare un servizio clienti non prenderà decisioni basate su considerazioni geopolitiche, ma sul costo. Se non sviluppiamo un’alternativa credibile in Europa, l’adozione della tecnologia avverrà comunque, seguendo le traiettorie di altri.

La regolamentazione cinese rappresenta un esempio di politica industriale formalizzata, mentre la nostra è un insieme di norme in cerca di una strategia industriale. La differenza non risiede nel numero di regolamenti, ma nel fatto che in Cina gli imprenditori sono stati indirizzati su quali percorsi seguire.

In Europa, le competenze legate all’intelligenza artificiale sono ancora poco diffuse tra le aziende e nelle pubbliche amministrazioni. Di conseguenza, organizziamo numerosi eventi, ma concretamente realizziamo poco. Tuttavia, il momento decisivo è ora, mentre ci troviamo all’inizio di ciò che questa tecnologia può offrire e i benefici in termini di produttività devono ancora manifestarsi completamente. Per garantire la competitività del Paese nei prossimi anni, è fondamentale iniziare a utilizzare e promuovere l’adozione di queste tecnologie. L’istruzione in questi ambiti rappresenta l’unica leva che abbiamo, sia a livello industriale che sociale.

Davide Dattoli è il fondatore di Talent Garden, la più grande scuola di intelligenza artificiale e tecnologia in Europa.

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