Il prezzo del petrolio si sta avvicinando agli 80 dollari al barile, mentre le tensioni in Iran continuano a persistere. Nei giorni scorsi, la marina iraniana ha emesso avvisi alle navi nella regione riguardo alla chiusura dello Stretto di Hormuz e ha intrapreso operazioni di “jamming”, interferendo con i segnali GPS e rendendo la navigazione in quest’area particolarmente rischiosa. Non esistono rotte alternative per il trasporto di gas e petrolio provenienti dal Golfo Persico: Hormuz rappresenta un passaggio obbligato. Luca Sisto, direttore generale di Confitarma, la Confederazione Italiana Armatori, ha dichiarato all’Adnkronos: “Se il traffico abituale non può transitare, si presenta un serio problema in termini di costi e trasporto dell’energia. Le prospettive a breve termine non sono favorevoli, si parla anche di un possibile aumento fino a 100 dollari al barile”.

Sisto ha messo in evidenza il rischio concreto di un’interruzione delle forniture di greggio e gas naturale liquefatto (GNL) provenienti da quella regione. Ha sottolineato che il settore armatoriale è intrinsecamente flessibile e si adatta, per quanto possibile, ai cambiamenti geopolitici. Tuttavia, dall’area in questione proviene il 40% del petrolio mondiale, oltre a GNL, gas e GPL, rendendola cruciale nel panorama energetico globale, con ripercussioni dirette sull’industria terrestre.

A differenza di altri tratti marittimi, a Hormuz non ci sono alternative praticabili; pertanto, “ci sarà un riposizionamento nella catena logistica energetica, ma dobbiamo attendere l’evoluzione della situazione”. Attualmente, il traffico marittimo è diminuito del 70%: “Anche se non è militarmente chiuso, la direzione sembra essere quella”. Tuttavia, la priorità della Confederazione rimane la sicurezza degli equipaggi di tutte le navi.

“Operiamo quotidianamente in silenzio per garantire l’80% del commercio mondiale. Dipendiamo dal mare, anche se spesso ce ne dimentichiamo”, ha concluso Sisto.

Fonte originale