Il petrolio WTI supera i 100 dollari al barile

Il prezzo del petrolio WTI ha raggiunto i 104,61 dollari al barile, superando per la prima volta dalla scorsa estate, precisamente da luglio 2022, la soglia dei 100 dollari. Questa impennata rappresenta un incremento del 15%, dopo aver registrato una crescita del 36% nella settimana precedente. Anche il Brent ha visto un aumento, salendo del 10% a 102,20 dollari al barile.

L’analisi di Andrea D’Ortenzio

Secondo quanto riportato da esperti del settore, la durata del conflitto attuale sarà un fattore determinante. Tuttavia, il segretario all’energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare il mercato, affermando che lo stretto di Hormuz si riaprirà “presto” e che non ci sarà carenza di petrolio e gas a livello globale.

Queste affermazioni sono accompagnate da un avvertimento strategico: “La Cina è in procinto di perdere il secondo dei suoi tre fornitori di petrolio”. Iran, Venezuela e Russia, secondo alcune stime di Kpler, forniscono circa il 40% delle importazioni cinesi, una cifra che potrebbe non essere del tutto precisa a causa delle sanzioni e delle misure utilizzate per eluderle. Inoltre, Pechino dipende per circa il 50% del suo fabbisogno petrolifero dai paesi del Golfo, una situazione simile a quella di altre nazioni asiatiche come Giappone e Corea del Sud, che stanno considerando l’implementazione di tetti ai prezzi a causa della diminuzione delle forniture.

Gli esperti ritengono che l’utilizzo da parte dell’Arabia Saudita del terminal nel Mar Rosso non sia sufficiente a compensare il blocco dello stretto di Hormuz. Questa situazione ha già portato Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi a ridurre o sospendere la produzione. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, gli oleodotti attualmente in funzione possono gestire al massimo 4 milioni di barili al giorno, rispetto ai 20 milioni che normalmente transitano attraverso Hormuz.

L’Arabia Saudita, tramite la sua compagnia petrolifera Aramco, e parzialmente anche la compagnia emiratina, possono avvalersi del terminal di Yanbu nel Mar Rosso. Questo ha portato a un aumento delle azioni di Aramco nella Borsa di Riyad, poiché l’aumento del prezzo del petrolio favorisce i suoi bilanci. Tuttavia, questa soluzione è limitata e non riesce a compensare completamente il blocco delle esportazioni, considerando anche che i suoi impianti sono stati recentemente colpiti da droni iraniani.

Ci sono anche dubbi sulla praticabilità della proposta avanzata da Donald Trump di scortare le petroliere con convogli nel Golfo, così come sulle coperture assicurative per le navi. Nel medio termine, un ulteriore fattore restrittivo per il mercato è rappresentato dalla distruzione delle infrastrutture iraniane e dalla possibilità di un intervento militare statunitense sull’isola di Kharg, dove transita il 90% del petrolio iraniano. Le stime di Goldman Sachs indicano che l’Iran produce circa 3,5 milioni di barili al giorno, insieme a 0,8 milioni di condensato, rappresentando il 4% della produzione globale, di cui circa la metà è destinata all’export.

Un rapporto di Ziad Daoud di Bloomberg Economics sottolinea che né l’Iran né gli Stati Uniti e Israele mostrano segni di distensione. Secondo l’analisi, il prezzo del petrolio, che ha raggiunto i 93 dollari, non riflette pienamente i rischi attuali, e potrebbe salire a un minimo di 108 dollari al barile, poiché le misure adottate per mitigare i danni, come l’uso del terminal nel Mar Rosso e l’aspettativa di un conflitto breve, non sembrano essere convincenti.

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