
L’oro continua a scendere nonostante la doppia flessione dei mercati azionari e delle obbligazioni, mentre la tensione riguardo alla guerra in Iran crea un clima di incertezza totale. Le manovre militari di Trump per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz si alternano a potenziali accordi di pace. Questo scenario rappresenta un apparente paradosso per il metallo giallo, considerato un bene rifugio per eccellenza. Nonostante le speculazioni sulle motivazioni di questa vendita di lingotti, l’oro sta semplicemente svolgendo il suo ruolo di polizza assicurativa, che si attiva nel momento del bisogno.
I dati sono inequivocabili. Dopo una serie di massimi storici iniziati nel 2024, l’oro ha raggiunto un picco oltre i 5.500 dollari l’oncia a gennaio di quest’anno, in risposta a una corsa degli investitori a proteggersi da incertezze senza precedenti. Successivamente, una caduta accentuata, innescata dai bombardamenti sull’Iran a partire dalla fine di febbraio, ha portato a una perdita del 16%, annullando gran parte del rally iniziale e riportando le quotazioni tra i 4.400 e i 4.500 dollari. Questo accade proprio quando i timori di inflazione e recessione suggerirebbero un comportamento opposto.
“Grosse prese di profitto, riduzione del rischio e deleveraging in corso”, afferma John Reade, stratega di mercato del World Gold Council, che rappresenta i principali attori nel settore dell’estrazione dell’oro. Sotto questa analisi tecnica si cela l’effetto ‘polizza assicurativa’, che apparentemente contraddice la reputazione dell’oro come bene rifugio, dove gli investitori cercano protezione in tempi difficili.
Un esempio emblematico di questo comportamento non convenzionale è rappresentato dagli ETF, fondi quotati che detengono ingenti quantità di oro, per un valore complessivo di circa 450 miliardi di dollari. “In caso di conflitto, temo che le principali componenti del portafoglio, come obbligazioni e azioni, possano subire perdite significative. Cosa faccio?”, spiega un trader, richiedendo di rimanere anonimo. “Vendo l’oro, considerato un investimento marginale, stimato non oltre il 3% della media nei portafogli globali, e perché è in forte utile”.
La situazione è paragonabile a una polizza assicurativa – Bloomberg la descrive come un ‘salvadanaio’ da rompere in caso di bisogno – che tutti cercano di acquistare prima che si verifichi un evento rischioso, ma che poi, quando l’evento accade, viene monetizzata.
Le vendite di oro, ora a livelli quasi record, hanno anche motivi opportunistici. La Banca di Francia, in un’azione definita “operazione eccezionale” dal governatore Francois Villeroy de Galhau, ha venduto 129 tonnellate di oro detenute negli Stati Uniti, realizzando una plusvalenza significativa per riacquistare nuovi lingotti da conservare a Parigi invece che a New York.
La banca centrale polacca sta considerando vendite per finanziare spese militari, mentre la Turchia è spinta a vendere per sostenere la propria valuta, già sotto pressione a causa della guerra. Ci sono state anche vendite da parte di alcuni Paesi arabi, che potrebbero aver dovuto affrontare fughe di liquidità dalle loro banche, come nel caso di Dubai, mentre la Russia ha già venduto 15 tonnellate d’oro tra gennaio e febbraio, dopo aver proposto una partnership commerciale con gli Stati Uniti.
Tuttavia, come sottolinea Antonio Cesarano nel podcast ‘Pausa Caffé’ di Sella sgr, di cui è chief investment advisor, “l’oro si accumula in previsione di eventi turbolenti, ma quando questi eventi si concretizzano, viene venduto per garantire liquidità”. Utilizzando l’oro come barometro, il comportamento attuale del metallo, con quotazioni intorno ai 4.500 dollari, indica una probabilità del 50% di conflitto e del 50% di pace. A 4.000 dollari, dove si trovava qualche giorno fa, la tensione era elevata, mentre a 5.000 dollari si prefigurava una situazione più stabile, con le banche centrali che avrebbero ripreso ad accumulare lingotti per proteggersi da future crisi. In questo contesto, la situazione nello stretto di Hormuz è solo uno dei tanti episodi che preannunciano un possibile confronto tra Stati Uniti e Cina riguardo a Taiwan.













