Lavoro in Spagna sostenuto da immigrati e contratti “fittizi” a tempo indeterminato.

La Situazione Occupazionale in Spagna: Un’Analisi Critica

Recentemente, il quotidiano spagnolo El Economista ha descritto la situazione lavorativa a Madrid come "un caos statistico", ponendo interrogativi sui lavoratori stagionali con contratti definiti "fissi discontinuo". Questi lavoratori, che oggi si stima siano tra 700.000 e un milione, hanno contratti formalmente a tempo indeterminato, ma alternano periodi di lavoro a fasi di inattività senza retribuzione. Durante questi periodi di inattività, non vengono conteggiati nelle statistiche ufficiali sui disoccupati.

Questa situazione ha un impatto significativo sulle statistiche occupazionali. Attualmente, la percentuale ufficiale di contratti a termine in Spagna si attesta al 15,1%, in calo rispetto al 25,6% registrato prima della riforma del lavoro. Tuttavia, un’analisi della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro evidenzia che questo calo è in gran parte nominale. In confronto, l’Italia mostra una qualità del mercato del lavoro nettamente diversa, caratterizzata da maggiore stabilità e occupazione qualificata.

Le Statistiche Occupazionali

Uno dei principali problemi riscontrati sono i contratti "fissi discontinui", definiti anche come "falsi indeterminati". Se si considerassero anche i lavoratori stagionali inattivi, il tasso di disoccupazione in Spagna salirebbe dal 9,9%, il valore più basso dal 2008 ma comunque il più elevato nell’area OCSE, a circa 12%. A confronto, in Italia, negli ultimi tre anni, la quota di contratti a tempo indeterminato e autonomi è aumentata, mentre i contratti a termine sono scesi dal 16% al 14,7%, con il tasso di disoccupazione che ha raggiunto i minimi storici.

La stampa economica spagnola si interroga su quanti siano realmente i lavoratori stagionali, quanti di essi siano in attesa di un nuovo impiego e quanti siano divenuti completamente inattivi. Le analisi rivelano che il tipo di occupazione creata negli ultimi anni in Spagna è concentrata nei settori dell’ospitalità, del commercio e delle attività ricreative, tutti caratterizzati da alta intensità di manodopera, ciclicità e salari inferiori alla media.

Il settore alberghiero e della ristorazione, che contribuisce al 5% del valore aggiunto nazionale, assorbe da solo il 10% delle ore lavorate. In Italia, il turismo, pur avendo un’importanza notevole, si integra con altri settori come la manifattura, le costruzioni e il comparto farmaceutico, sostenuto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Questo mix ha contribuito alla crescita del Mezzogiorno, con un incremento degli occupati al Sud pari all’1,5% in più rispetto al Nord nel 2025.

Un altro aspetto cruciale per l’occupazione in Spagna è rappresentato dall’immigrazione. Attualmente, 2,6 milioni di occupati stranieri, pari al 10,7% del totale, sono registrati nel mercato del lavoro. Tra le 1,3 milioni di assunzioni previste, il 23% coinvolge lavoratori stranieri, che rappresentano il 44,5% delle nuove occupazioni generate dalla riforma del lavoro. Secondo stime indipendenti, questa percentuale potrebbe essere ancora più alta. Negli ultimi quattro anni, quasi un milione di stranieri si è registrato alla previdenza sociale spagnola, di cui 350.000 solo nell’ultimo anno. Gli esperti sottolineano che l’immigrazione ha contribuito al 47% della crescita del PIL spagnolo dal 2022, evidenziando un modello di crescita fondato su una forza lavoro a basso costo.

La Trappola Mediterranea

Tuttavia, esiste il rischio di cadere in quella che gli autori definiscono "la trappola mediterranea", in cui la crescita economica si basa su turismo e servizi, generando effetti collaterali come il lavoro nero e problemi di produttività. Questo modello di crescita tende ad aumentare l’occupazione senza però incrementare il valore aggiunto.

Un altro aspetto critico riguarda la qualità dell’occupazione. In Spagna, ci sono circa 2,5 milioni di disoccupati e una domanda di lavoro che, salvo eccezioni, non richiede competenze elevate. Al contrario, l’Italia affronta una domanda di lavoro qualificato in ambiti tecnici e manifatturieri, ma non riesce a soddisfarla adeguatamente. Attualmente, mancano circa 2,7 milioni di posti di lavoro, mentre il potenziale bacino di inattivi, composto da donne nel Mezzogiorno e giovani che non studiano né lavorano, si riduce con lentezza, e i flussi migratori non si allineano alle competenze richieste.

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