
Le borse di tutto il mondo stanno beneficiando dell’onda dell’intelligenza artificiale (IA), ma all’interno della Banca Centrale Europea (BCE) è emersa una voce preoccupata che richiama una lezione storica ben nota: le grandi rivoluzioni tecnologiche tendono, prima o poi, a culminare in una correzione significativa. Questo avvertimento proviene da cinque economisti di Francoforte – Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola – che hanno recentemente condiviso un’analisi non particolarmente confortante sul blog dell’istituto.
Il loro punto di partenza è un indicatore conosciuto dagli esperti: il CAPE ratio, che mette a confronto il prezzo delle azioni con i guadagni medi degli ultimi dieci anni. Negli Stati Uniti, questo indice ha raggiunto nuovamente i livelli del 2000, proprio prima dell’esplosione della bolla delle dot-com. In sostanza, gli investitori stanno pagando prezzi elevati per le azioni tecnologiche americane, scommettendo sul fatto che i profitti futuri saranno sufficienti a giustificare tali valutazioni. In Europa, tuttavia, questo fenomeno appare molto più contenuto.
Gli economisti sottolineano che situazioni simili si sono già verificate in passato, come nel caso delle ferrovie nell’Ottocento, dell’elettricità e della radio negli anni Venti, e di Internet alla fine del Novecento. L’incertezza legata a una nuova tecnologia tende a spingere i prezzi verso l’alto, poiché non è chiaro se le aziende che investono in essa diventeranno i prossimi giganti come Google o se falliranno. Quando il fenomeno coinvolge solo alcune aziende, il rischio è più gestibile; ma quando una tecnologia si diffonde in tutta l’economia, come sta avvenendo con l’IA, il rischio diventa sistemico.
Per l’area euro, il pericolo principale non è rappresentato da una bolla interna, ma dall’esposizione a un potenziale crollo proveniente dagli Stati Uniti. Le famiglie europee hanno investito circa 440 miliardi di euro in titoli tecnologici americani, principalmente attraverso fondi comuni, spesso senza rendersi conto del rischio di concentrazione che ciò comporta. Anche le assicurazioni e i fondi pensione sono significativamente esposti. Una caduta dei cosiddetti “Magnifici Sette” – i giganti Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Meta Platforms, Microsoft e NVIDIA – potrebbe costringere i gestori a liquidare rapidamente le loro posizioni per far fronte ai rimborsi, innescando un circolo vizioso.
Tuttavia, esiste una differenza fondamentale rispetto al 2000: oggi, la crescita dei titoli tecnologici è in gran parte sostenuta dalla liquidità generata dalle stesse aziende, piuttosto che da debiti o aumenti di capitale rischiosi come avveniva vent’anni fa. Inoltre, riflette in parte utili reali già realizzati, piuttosto che semplici promesse. Le grandi aziende dell’IA, infatti, generano ricavi concreti, a differenza di molte startup internet nel 2000 che non avevano introiti significativi.
Rimane, però, un problema specificamente europeo, che rappresenta forse il nodo più delicato della questione: finora, il boom dell’IA ha principalmente avvantaggiato le aziende che sviluppano i grandi modelli, ovvero i colossi americani, e i produttori di hardware per i data center, un mercato sempre più dominato dai produttori asiatici, in particolare dalla Cina. L’Europa, e in particolare l’Italia, si è trovata in una posizione di svantaggio su entrambi i fronti, mancando di un proprio campione tecnologico e di una filiera in grado di capitalizzare su questa ricchezza. La situazione potrebbe cambiare solo se le imprese europee riuscissero a utilizzare l’IA per incrementare la produttività, anziché limitarsi a osservare il fenomeno dall’esterno; tuttavia, il ritardo del Vecchio continente in questo ambito è evidente.
Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha espresso critiche al mondo dell’IA, affermando che molti considerano queste promesse come un inganno. In post pubblicati sul social X, ha evidenziato che ci sono molte illusioni e pochi benefici concreti, aggiungendo che le aziende del settore non hanno ancora rispettato le aspettative riguardo agli impatti positivi della tecnologia.