Emigrazione di talenti all’estero: un costo di 11 miliardi. Calderone, riduzione del 20% – Notizie

Analisi del mercato del lavoro italiano: un’inversione di tendenza nel 2025

Nel 2025 si registra una diminuzione del 20% nel numero di italiani che decidono di trasferirsi all’estero per motivi di lavoro. Questo dato è stato commentato dalla ministra del Lavoro, Marina Calderone, durante un evento a Cernobbio, dove ha presentato le ultime statistiche sull’occupazione, in risposta a una ricerca condotta dal Teha Group in collaborazione con Philip Morris Italia. Secondo lo studio, nel 2024 circa 141.000 cittadini italiani hanno spostato la propria residenza all’estero, spesso con un titolo di studio universitario (il 45%), il che comporta una perdita economica per il Paese di circa 11 miliardi di euro in termini di minore crescita.

La ministra Calderone ha sottolineato che i dati attuali devono essere interpretati in relazione alle recenti informazioni fornite dall’Istat, che mostrano un cambiamento significativo nel trend: nel 2025, il numero di italiani che si trasferiscono all’estero è diminuito di oltre il 20%. Questo cambiamento avviene mentre il Paese raggiunge un importante traguardo, con 24,3 milioni di occupati, un incremento di oltre 1,3 milioni di lavoratori dall’inizio del mandato.

Calderone ha evidenziato l’impegno del ministero nel promuovere l’attrattività del capitale umano attraverso strumenti concreti già attivi. Tuttavia, ha aggiunto che il dato più significativo riguarda la composizione della crescita occupazionale: per ogni contratto a termine che scompare, si registrano quasi tre contratti a tempo indeterminato in più. Attualmente, oltre 16 milioni di lavoratori hanno un contratto stabile, che rappresenta una vera garanzia di sicurezza per le famiglie e di fiducia nel sistema Italia.

La ricerca presentata a Cernobbio ha rivelato che negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso oltre 300.000 cittadini altamente qualificati. Questa emorragia ha un costo significativo: la formazione pubblica non utilizzata vale 7,2 miliardi di euro all’anno, cifra che può arrivare fino a 10,7-11,4 miliardi se si considera il valore aggiunto potenziale non realizzato. Tra le principali cause di questa situazione, le aziende intervistate hanno evidenziato salari insufficienti rispetto al costo della vita (82,1%), scarsa fiducia nelle istituzioni (46,4%) e limitate opportunità professionali (35,7%). Ben il 93,9% delle imprese considera il fenomeno un problema serio o molto grave, e per metà di esse l’impatto sul business è già significativo.

Lo studio mette in guardia: senza interventi strutturali, l’andamento attuale potrebbe portare, entro il 2035, a una perdita complessiva di circa 760.000 laureati, con un mancato recupero di oltre 120 miliardi di euro investiti in formazione e fino a 307 miliardi di euro di prodotto interno lordo potenziale. Per invertire questa tendenza, la ricerca propone una roadmap nazionale articolata su cinque direttrici: incentivare le imprese a offrire retribuzioni più competitive e contratti stabili; introdurre un ‘Italy Talent Visa’ per facilitare l’ingresso di professionisti internazionali; rafforzare il legame tra università, ricerca e aziende; implementare misure per l’insediamento territoriale dei talenti, comprese le famiglie; e creare un ecosistema più favorevole per startup e tecnologie avanzate. Secondo simulazioni, l’adozione di queste politiche potrebbe consentire all’Italia di recuperare fino a 119.000 laureati entro il 2035, con un impatto positivo che potrebbe raggiungere 11,1 miliardi di euro di PIL aggiuntivo all’anno.

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