Dai divieti per i minori alle limitazioni di notifiche, algoritmi e scorrimento infinito: governi, tribunali e autorità stanno cercando di cambiare il funzionamento dei social media. Ma le nuove regole proteggeranno davvero le persone oppure la dipendenza digitale si sposterà verso altre applicazioni e dispositivi?
Per quasi vent’anni il dibattito sui social media si è concentrato soprattutto sui contenuti: disinformazione, incitamento all’odio, cyberbullismo, immagini violente, pornografia, truffe e interferenze politiche.
Ora sta avvenendo un cambiamento più profondo. Governi, autorità giudiziarie e organismi di tutela non stanno più osservando soltanto ciò che viene pubblicato, ma anche come le piattaforme sono progettate.
Il segnale più recente arriva dagli Stati Uniti. Il 26 agosto 2026 Meta ha raggiunto un accordo che prevede fino a 18 miliardi di dollari per chiudere gran parte delle contestazioni avanzate dagli Stati americani sull’impatto di Facebook e Instagram sui minori.
La causa originaria, promossa da una coalizione di 29 Stati, accusava la società di avere progettato consapevolmente servizi capaci di favorire comportamenti compulsivi, di averne minimizzato i rischi e di avere raccolto dati di bambini con meno di 13 anni. All’accordo hanno poi aderito 48 Stati, District of Columbia e territori statunitensi.
L’intesa, ancora soggetta all’approvazione del giudice, non prevede soltanto un risarcimento economico. Introduce nuovi limiti temporali, maggiori controlli parentali, verifiche dell’età più rigorose e restrizioni su alcune caratteristiche legate all’uso compulsivo e al confronto sociale.
È uno dei casi più importanti nei quali il funzionamento stesso di una piattaforma digitale entra direttamente in un accordo giudiziario. Feed algoritmici, autoplay, notifiche, like e modalità di interazione non vengono più considerati semplici dettagli del prodotto, ma possibili fonti di danno e responsabilità. New York Attorney General, Associated Press
La questione riguarda innanzitutto bambini e adolescenti, ma non soltanto loro. Anche adulti vulnerabili, persone con disturbi psicologici, anziani più esposti a truffe e disinformazione e utenti inclini a comportamenti compulsivi possono essere condizionati da ambienti digitali progettati per ridurre le occasioni di interrompere l’uso.
La domanda, quindi, non è più semplicemente se i social media debbano essere consentiti o vietati. Quella più importante è un’altra:
Quali caratteristiche deve avere un servizio digitale per essere compatibile con il benessere delle persone?
Dall’Australia al Regno Unito: l’età diventa una barriera legale
L’Australia è stato il primo grande paese democratico a rendere operativo un divieto nazionale di account social per gli under 16.
Dal 10 dicembre 2025 Facebook, Instagram, Kick, Reddit, Snapchat, Threads, TikTok, Twitch, X e YouTube devono adottare misure ragionevoli per impedire ai minori di 16 anni residenti in Australia di creare o mantenere un account.
La responsabilità ricade sulle piattaforme, non sui ragazzi o sui loro genitori. Le imprese che non adottano misure adeguate possono essere sottoposte a sanzioni elevate.
Non tutti i servizi digitali sono compresi. Restano esclusi, in base alle classificazioni attuali, molti strumenti di messaggistica, videogiochi e servizi con funzioni considerate prevalentemente educative o comunicative. Gli under 16 possono inoltre continuare a consultare alcuni contenuti pubblici senza possedere un account.
Il governo australiano ha successivamente affinato i criteri per concentrare l’obbligo sui servizi caratterizzati da elementi di progettazione capaci di favorire un uso compulsivo o produrre altri rischi.
Secondo l’autorità eSafety, entro la metà di dicembre 2025 tutte le piattaforme coinvolte avevano rimosso o bloccato in totale circa 4,7 milioni di account attribuiti a utenti con meno di 16 anni. È un risultato quantitativamente rilevante, ma non ancora la prova che il provvedimento abbia migliorato la salute o il benessere dei ragazzi. eSafety Commissioner
Il numero di account eliminati misura l’attività delle piattaforme. Non ci dice se siano migliorati il sonno, la concentrazione, l’autostima e le relazioni, né se il tempo liberato sia stato trasferito su videogiochi, chat, browser, video o altri servizi.
La stessa autorità australiana riconosce che la soglia anagrafica non può eliminare tutti i rischi e che l’esclusione di un servizio dalla normativa non significa automaticamente che quel servizio sia sicuro.
Il modello britannico
Il Regno Unito ha scelto la stessa direzione, ma con un sistema più articolato.
Nel giugno 2026 il governo ha annunciato che le società di social media non potranno offrire i propri servizi agli under 16. L’annuncio rappresenta una decisione politica formale, ma non deve essere confuso con una misura già pienamente operativa: occorrono la normativa definitiva, l’individuazione precisa delle piattaforme coinvolte e le relative regole tecniche.
Per i ragazzi di 16 e 17 anni Londra ha previsto una fase di transizione:
- accesso limitato tra mezzanotte e le sei;
- notifiche push silenziate durante la notte;
- autoplay disattivato per impostazione predefinita;
- feed personalizzati disattivati per impostazione predefinita;
- restrizioni iniziali alle dirette e ai contatti con sconosciuti.
Alcune impostazioni potranno essere modificate dal ragazzo. La logica è evitare che al compimento dei 16 anni si passi improvvisamente da una protezione completa a un ambiente senza limiti.
La distinzione è importante: un divieto anagrafico stabilisce chi può entrare; una regola sul design stabilisce che cosa trova chi entra.
Nella consultazione britannica, l’81% dei partecipanti ha individuato lo scorrimento infinito come una caratteristica particolarmente persuasiva, il 78% ha indicato gli algoritmi personalizzati e il 70% l’autoplay. Anche i ragazzi hanno collocato lo scorrimento infinito al primo posto. Governo britannico
L’accordo Meta cambia il terreno dello scontro
Il valore economico dell’accordo statunitense è enorme: fino a circa 18 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni, comprendendo pagamenti garantiti e una parte collegata all’eventuale adozione di misure simili da parte di altre piattaforme.
Ma il vero precedente riguarda le modifiche al prodotto.
Meta dovrà introdurre protezioni più facilmente utilizzabili, limiti temporali, un’interruzione notturna per gli adolescenti, restrizioni alle notifiche durante l’orario scolastico, strumenti più efficaci per determinare l’età e maggiori controlli sulle caratteristiche di confronto sociale.
I ragazzi e i genitori dovranno inoltre poter scegliere un feed cronologico e non personalizzato al posto di quello costruito dagli algoritmi. Proprio quest’ultimo punto mostra però uno dei limiti dell’accordo. Alcune delle modifiche più importanti, fra cui il feed cronologico e la disattivazione dell’autoplay, non sarebbero necessariamente applicate come impostazione iniziale a tutti gli adolescenti.
La differenza fra una protezione automatica e una funzione volontaria è fondamentale. Quando uno strumento è nascosto nei menu, pochi utenti lo cercano e lo attivano.
Secondo alcuni esperti, lasciare attivi per impostazione predefinita feed algoritmici e autoplay permette quindi di conservare una parte essenziale del modello di engagement. Il rischio è offrire formalmente una scelta senza modificare realmente il comportamento della maggioranza degli utenti. Associated Press
Meta sostiene che le nuove protezioni dovrebbero diventare uno standard comune e che anche TikTok, YouTube, Snapchat e gli altri concorrenti dovrebbero adottare obblighi equivalenti. La richiesta ha una giustificazione evidente: limitare soltanto Facebook e Instagram potrebbe spostare utenti e ricavi verso servizi meno regolamentati.
A livello competitivo Meta vuole evitare che le restrizioni imposte alle proprie piattaforme diventino un vantaggio per i concorrenti.
La società propone inoltre che la verifica dell’età avvenga principalmente attraverso gli app store o i dispositivi. Ciò ridurrebbe la necessità di consegnare un documento a ogni singola applicazione, ma trasferirebbe una parte importante della responsabilità ad Apple, Google e ai produttori dei sistemi operativi.
Sorge dunque una nuova domanda: chi deve essere il guardiano dell’età digitale? La piattaforma, lo smartphone, l’app store, l’operatore telefonico o un organismo indipendente?
L’Europa punta sulla sicurezza incorporata nel prodotto
L’Unione europea non ha introdotto un divieto uniforme dei social media per tutti i minori sotto una determinata età. Ha seguito una strada differente, fondata sul Digital Services Act, sulla protezione dei dati e sul principio di sicurezza fin dalla progettazione.
Le linee guida europee per la protezione dei minori, pubblicate nel luglio 2025, chiedono alle piattaforme di intervenire sui sistemi di raccomandazione e sulle caratteristiche che possono alimentare un uso eccessivo.
Tra le misure indicate figurano:
- account privati per impostazione predefinita;
- maggiore controllo del minore sul proprio feed;
- minore dipendenza dai segnali comportamentali;
- protezioni contro i rabbit holes, le sequenze di contenuti sempre più estremi o ossessivi;
- disattivazione predefinita di autoplay, notifiche push, conferme di lettura e “streak”;
- rimozione delle tecniche persuasive destinate soprattutto ad aumentare l’engagement;
- maggiore protezione da contatti indesiderati, download abusivi e cyberbullismo;
- verifiche dell’età proporzionate al rischio e rispettose della privacy;
- cautele nei confronti dei chatbot integrati nelle piattaforme.
Queste linee guida non equivalgono a un elenco di divieti automaticamente identici per ogni servizio. Chiariscono però come la Commissione interpreta il dovere, previsto dal DSA, di assicurare ai minori un elevato livello di sicurezza.
Nel luglio 2026 la Commissione è andata oltre, contestando preliminarmente a Meta il possibile “design che crea dipendenza” di Facebook e Instagram. L’indagine riguarda infinite scroll, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione altamente personalizzati e considera esplicitamente i rischi non soltanto per i minori, ma anche per gli adulti vulnerabili.
Le piattaforme e i motori di ricerca di dimensioni molto grandi devono inoltre valutare e ridurre i rischi sistemici prodotti dal loro funzionamento, compresi quelli legati agli algoritmi, alla pubblicità e alla progettazione dell’interfaccia. Commissione europea
La differenza rispetto al modello australiano è evidente. L’Australia parte dall’età e impedisce l’account. L’Unione europea parte dal rischio e cerca di modificare il servizio.
I due sistemi potrebbero in futuro convergere: soglie anagrafiche per le esperienze più rischiose e obblighi di progettazione sicura per tutti gli utenti ammessi.
Nel resto del mondo: molte proposte, pochi divieti già operativi
L’orientamento verso regole più severe è ormai internazionale, ma il quadro resta frammentato. Numerosi governi hanno annunciato limiti anagrafici, consenso dei genitori, verifiche dell’età o restrizioni alle funzioni più coinvolgenti. Non tutte queste iniziative, però, sono già diventate legge e non tutte le leggi approvate sono operative.
In Europa, Francia, Spagna, Irlanda, Italia, Germania, Danimarca, Norvegia e Grecia combinano in modi diversi protezione dei dati, consenso digitale, controllo parentale e obblighi per le piattaforme. I tentativi di introdurre divieti generalizzati hanno incontrato anche obiezioni riguardanti privacy, proporzionalità e libertà di espressione. L’Italia, al momento, non applica un blocco generale paragonabile a quello australiano.
Negli Stati Uniti manca una regola federale uniforme: i singoli Stati stanno sperimentando verifiche dell’età, consenso parentale, restrizioni notturne e limiti ai feed personalizzati. Diversi provvedimenti sono però stati contestati nei tribunali. Il Canada discute soprattutto di sicurezza online e responsabilità delle piattaforme, mentre il Brasile ha rafforzato gli obblighi di protezione dei minori negli ambienti digitali.
In Asia, India, Corea del Sud e Giappone seguono approcci differenti, dalla tutela dei dati all’educazione digitale. La Cina utilizza invece controlli più rigidi, fondati su identificazione reale, modalità per minori e limiti temporali.
Al di là delle differenze nazionali, stanno emergendo quattro modelli principali:
- divieto di account sotto una determinata età;
- accesso subordinato al consenso dei genitori;
- limitazione di feed, notifiche e altre funzioni persuasive;
- obbligo generale di progettare servizi più sicuri.
Come funziona la macchina dell’attenzione
Un social media non deve obbligare l’utente a rimanere. È sufficiente eliminare progressivamente i momenti nei quali potrebbe decidere di fermarsi.
Lo scorrimento infinito rimuove la fine della pagina. L’autoplay elimina la necessità di scegliere il video successivo. Le notifiche riportano l’utente nell’applicazione. Like, visualizzazioni e follower trasformano l’approvazione sociale in numeri. Le “streak”, ossia le sequenze di interazioni quotidiane, introducono il timore di perdere un risultato accumulato.
Le raccomandazioni personalizzate riducono il tempo fra un desiderio e la sua soddisfazione. A ogni interazione il sistema raccoglie nuovi segnali: per quanto tempo abbiamo guardato un video, se siamo tornati indietro, se ci siamo fermati su un’immagine, che cosa abbiamo condiviso e in quale momento della giornata siamo più disponibili a interagire.
Il ciclo può essere rappresentato così:
notifica → apertura → contenuto personalizzato → ricompensa variabile → nuovo scorrimento → raccolta di dati → raccomandazione più precisa
Ciò non significa che ogni funzione sia stata creata esclusivamente per produrre dipendenza. Significa però che il successo economico viene spesso misurato attraverso crescita, frequenza di utilizzo, permanenza e interazioni. Il benessere dell’utente non coincide necessariamente con questi indicatori.
Quali danni sono stati osservati
Il dibattito pubblico rischia due eccessi opposti: attribuire ai social media ogni difficoltà dei ragazzi oppure negare l’esistenza del problema perché non esiste una relazione causale semplice e identica per tutti.
Le ricerche indicano associazioni fra determinate forme di utilizzo e:
- alterazione del sonno;
- ansia e sintomi depressivi;
- confronto sociale e riduzione dell’autostima;
- insoddisfazione per il proprio corpo;
- esposizione a contenuti relativi ad autolesionismo e disturbi alimentari;
- cyberbullismo e molestie;
- difficoltà di concentrazione;
- uso compulsivo;
- riduzione dell’attività fisica;
- interferenza con studio, lavoro e relazioni.
Non conta soltanto il numero di ore. Sono importanti il tipo di attività, i contenuti incontrati, l’ora di utilizzo, le caratteristiche dell’utente e ciò che l’esperienza digitale sostituisce.
Due ore trascorse comunicando con amici non sono necessariamente equivalenti a due ore di confronto corporeo, video estremi o scorrimento notturno. Allo stesso modo, utilizzare uno smartphone per creare, studiare o collaborare non produce automaticamente gli stessi effetti del consumo passivo di centinaia di contenuti brevi.
Il Surgeon General statunitense ha sintetizzato prudentemente lo stato delle conoscenze: non disponiamo ancora di prove sufficienti per concludere che gli ambienti social attuali siano adeguatamente sicuri per bambini e adolescenti. Ciò non significa che ogni uso sia dannoso, ma che l’onere della prudenza non può ricadere esclusivamente sulle famiglie. U.S. Surgeon General
La ricerca riconosce anche possibili benefici. I social possono offrire relazioni, creatività, apprendimento, partecipazione civica e sostegno a persone isolate o appartenenti a minoranze. Per alcuni ragazzi una comunità online non sostituisce necessariamente una vita sociale reale: può essere il primo luogo nel quale trovano persone con esperienze simili.
Il problema non può quindi essere riassunto con l’equazione “social uguale danno”. La domanda più precisa riguarda quale piattaforma, con quale design, per quale utente, in quale momento e con quale tipo di contenuto.
Il nuovo interesse per il design non rende però secondario il problema dei contenuti. Pornografia, violenza, autolesionismo, disturbi alimentari, modelli corporei irrealistici o comportamenti estremi possono avere un impatto diverso su un adolescente rispetto a un adulto.
E contenuto e algoritmo finiscono spesso per coincidere. Il problema non è soltanto che un determinato video esista, ma che il sistema di raccomandazione, rilevato l’interesse dell’utente, possa proporne decine di simili e progressivamente più estremi. È qui che la moderazione dei contenuti incontra la regolamentazione degli algoritmi.
Anche gli adulti possono essere vulnerabili
Concentrarsi sui minori è comprensibile. Le capacità di autocontrollo sono ancora in sviluppo e bambini e adolescenti possono essere più sensibili al confronto sociale, all’approvazione del gruppo e alle ricompense immediate.
Il compimento dei 18 anni, tuttavia, non rende automaticamente immuni.
Adulti in condizioni di solitudine, depressione, fragilità cognitiva o difficoltà economica possono essere particolarmente esposti a uso compulsivo, truffe, disinformazione, contenuti estremi e pubblicità manipolativa.
Gli anziani possono diventare bersagli di frodi e false identità. Le persone con disturbi alimentari, autolesionismo, dipendenze o altre vulnerabilità possono ricevere raccomandazioni che rafforzano comportamenti dannosi.
Alcune protezioni dovrebbero pertanto essere disponibili per tutti:
- feed cronologico facilmente selezionabile;
- disattivazione semplice della profilazione;
- limiti volontari difficili da neutralizzare impulsivamente;
- notifiche raggruppate;
- spiegazione del motivo per cui un contenuto viene mostrato;
- possibilità di azzerare la cronologia delle raccomandazioni;
- controlli contro sequenze ossessive o progressivamente estreme;
- modalità notturne attivabili a livello di dispositivo.
La protezione dei minori potrebbe diventare il laboratorio per una progettazione digitale migliore anche per gli adulti.
Divieti o prodotti più sicuri?
Le soglie anagrafiche godono di ampio consenso fra molti genitori. Nella consultazione britannica, il 90% dei genitori partecipanti ha sostenuto un’età minima di almeno 16 anni.
Il dato non equivale necessariamente a un sondaggio rappresentativo dell’intera popolazione, ma mostra una domanda politica molto forte.
Per molti genitori una regola generale risolve anche un problema di coordinamento. Limitare da soli l’accesso può penalizzare socialmente il proprio figlio se tutti i compagni continuano a utilizzare la piattaforma. Una norma comune riduce la pressione del “ce l’hanno tutti” e trasferisce parte della responsabilità alle imprese.
Le opinioni dei ragazzi sono più articolate. Soltanto il 19% dei minori consultati nel Regno Unito sosteneva una soglia uniforme di 16 anni per tutti i social, mentre una maggioranza era favorevole a limitare almeno alcuni servizi o le funzioni progettate per prolungare l’utilizzo. Il 53% dei giovani tra 16 e 21 anni voleva restrizioni allo scorrimento infinito. Governo britannico
Gli adulti tendono a discutere se consentire l’accesso. I ragazzi, più spesso, chiedono quale tipo di accesso sia possibile conservare.
Anche UNICEF invita a non considerare il divieto come una soluzione autosufficiente. Le restrizioni possono essere utili, ma devono essere accompagnate da prodotti sicuri, moderazione efficace, educazione digitale, verifiche rispettose dei diritti e ambienti differenziati in base all’età.
Altrimenti i minori possono aggirare il blocco, utilizzare account prestati o migrare verso servizi non regolamentati, mentre le caratteristiche dannose restano intatte. UNICEF
Il paradosso della verifica dell’età
Ogni limite anagrafico pone inevitabilmente una domanda: come fa una piattaforma a sapere quanti anni abbiamo?
Le soluzioni possibili vanno dalla verifica documentale alle identità digitali, dalla stima dell’età alle attestazioni fornite da dispositivi e app store. Ma ciascuna apre questioni che vanno molto oltre la semplice tecnologia.
Chi deve verificare l’identità? Chi conserva i dati? Chi può accedervi? Chi sostiene i costi? Quali informazioni devono ricevere le piattaforme e quali garanzie devono avere gli utenti?
Per riconoscere i minori potrebbe inoltre diventare necessario verificare in qualche modo anche gli adulti. Si crea così un paradosso: per aumentare la protezione dei ragazzi potremmo costruire sistemi di identificazione che riguardano l’intera popolazione.
È quindi uno dei nodi centrali della nuova regolamentazione digitale e non dovrebbe essere risolto soltanto dalle aziende tecnologiche. Privacy, sicurezza, controllo dei dati, costi e accesso dovranno essere oggetto di una discussione pubblica e politica trasparente.
“Fatta la legge, trovato l’inganno”
Le possibilità di aggiramento sono numerose:
- indicare un’età falsa;
- utilizzare l’account di un adulto;
- collegarsi attraverso il browser;
- adoperare una VPN;
- installare applicazioni da fonti alternative;
- usare piattaforme straniere o di piccole dimensioni;
- spostarsi verso videogiochi, chat e servizi esclusi;
- consumare video senza creare un account;
- creare profili condivisi;
- utilizzare dispositivi familiari.
Il problema più profondo, però, non è soltanto eludere il controllo. È la sostituzione.
Se un ragazzo non può più utilizzare TikTok, potrebbe trasferire lo stesso comportamento su YouTube Shorts, un videogioco, una piattaforma di streaming, un chatbot, un’applicazione di shopping o un feed di notizie personalizzato.
Google Discover, per esempio, utilizza un flusso continuo di contenuti selezionati algoritmicamente, pur non essendo percepito normalmente come un social network. Anche il browser e la schermata principale dello smartphone possono diventare porte di accesso a sistemi di raccomandazione continui.
Il problema è anche lo smartphone
Il social media non agisce nel vuoto. È inserito in un dispositivo che accompagna la persona dal risveglio fino al letto e che riunisce comunicazione, lavoro, intrattenimento, acquisti, notizie, giochi e relazioni.
Anche se una singola piattaforma venisse resa meno coinvolgente, lo smartphone continuerebbe a offrire centinaia di richiami concorrenti. Il comportamento compulsivo può riguardare il controllo ripetuto del dispositivo prima ancora che una determinata applicazione.
Questo suggerisce un secondo livello di intervento:
- riepiloghi delle notifiche al posto delle interruzioni continue;
- modalità notturne realmente automatiche;
- strumenti di controllo collocati nel sistema operativo;
- maggiore trasparenza sul tempo totale e sul numero di aperture;
- limiti coordinati fra diverse applicazioni;
- ambienti digitali differenziati per fasce di età;
- possibilità di disattivare facilmente personalizzazione e raccomandazioni.
Le regole sulle piattaforme e quelle sul dispositivo non sono alternative. Sono due parti della stessa politica dell’attenzione.
Non soltanto eliminare il danno: la proposta di MercatieFinanza.com
Gran parte delle nuove regolamentazioni nasce da una logica difensiva: bloccare gli utenti troppo giovani, limitare il tempo di utilizzo, disattivare le notifiche e impedire che gli algoritmi conducano verso contenuti dannosi.
MercatieFinanza.com dedica una particolare attenzione al mondo digitale, con una sezione specifica dedicata al suo passato, presente e futuro, e propone di affiancare a questa strategia anche una politica positiva: non limitarsi a ridurre ciò che può fare male, ma aumentare la probabilità che il tempo trascorso online produca conoscenza, creatività, relazioni sane o altre utilità reali.
Le autorità potrebbero chiedere alle piattaforme di creare, accanto ai normali feed, percorsi chiaramente riconoscibili dedicati a contenuti educativi, culturali e di interesse pubblico.
Questi percorsi potrebbero comprendere:
- formazione e divulgazione scientifica;
- educazione finanziaria e civica;
- arte, storia e cultura;
- attività creative;
- sport e benessere;
- informazioni sanitarie provenienti da fonti qualificate;
- orientamento scolastico e professionale;
- contenuti prodotti da università, musei e istituzioni culturali;
- strumenti per imparare lingue e sviluppare competenze.
Il tempo trascorso volontariamente in questi ambienti potrebbe essere contabilizzato separatamente oppure pesare meno nei limiti giornalieri previsti per l’intrattenimento social.
Se, per esempio, un ragazzo disponesse di sessanta minuti di utilizzo ordinario, il tempo impiegato in un percorso educativo certificato potrebbe rientrare in una quota separata. Non si tratterebbe di concedere un uso illimitato: anche un contenuto educativo può interferire con sonno, movimento e relazioni se consumato senza pause.
La proposta consiste nel riconoscere che non tutto il tempo digitale ha lo stesso valore.
Come evitare un “education washing”
La categoria “contenuto non nocivo” sarebbe troppo vaga. Quasi qualsiasi impresa potrebbe sostenere di offrire informazione, creatività o crescita personale.
Sarebbe preferibile individuare contenuti con una finalità educativa, culturale, sanitaria o civica verificabile e prevedere:
- certificazione effettuata da organismi indipendenti;
- criteri pubblici e trasparenti;
- assenza di pubblicità comportamentale;
- divieto di inserire contenuti promozionali nelle categorie agevolate;
- assenza di autoplay e scorrimento infinito;
- controlli periodici e possibilità di revocare la certificazione;
- accesso anche per piccoli editori, scuole, musei e creatori qualificati.
La qualità del contenuto non basta. Bisogna valutare anche il modo in cui viene presentato.
Un video scientifico inserito in un flusso infinito, accompagnato da notifiche persuasive e seguito automaticamente da decine di altri video conserva infatti una parte dello stesso meccanismo compulsivo.
Creare uscite di sicurezza algoritmiche
La proposta potrebbe essere applicata anche ai sistemi di raccomandazione.
Invece di chiedere agli algoritmi soltanto di non mostrare contenuti nocivi, si potrebbero introdurre obiettivi di diversità, qualità e utilità sociale. Dopo una sequenza ripetitiva, il sistema potrebbe proporre una pausa, cambiare argomento, mostrare una fonte autorevole o offrire un’attività creativa.
Sarebbe il contrario dei rabbit holes. Invece di spingere progressivamente la persona verso contenuti sempre più simili, estremi o coinvolgenti, il sistema introdurrebbe uscite di sicurezza algoritmiche.
L’utente dovrebbe comunque sapere perché un determinato contenuto viene proposto e poter conservare la propria libertà di scelta. Anche l’educazione non deve diventare un pretesto per aumentare il tempo trascorso nella piattaforma.
Come misurare se le nuove regole funzionano
Il successo non può essere valutato soltanto contando gli account eliminati, le verifiche effettuate o le multe comminate.
Occorrerà misurare:
- tempo complessivo trascorso davanti allo smartphone;
- utilizzo notturno e qualità del sonno;
- benessere psicologico;
- cyberbullismo e molestie;
- esposizione a contenuti dannosi;
- concentrazione e rendimento scolastico;
- attività fisica e relazioni in presenza;
- migrazione verso piattaforme escluse;
- accesso a comunità e servizi utili;
- falsi positivi nei controlli dell’età;
- quantità di dati personali raccolti;
- differenze fra famiglie e gruppi sociali;
- qualità, e non soltanto quantità, del tempo digitale.
Se diminuiscono gli account social ma aumenta il tempo trascorso su video, giochi o chat, la legge avrà spostato il comportamento senza risolverlo. Se diminuisce il tempo online ma aumentano isolamento o esclusione sociale, sarà necessario correggere il modello.
Se invece migliorano sonno, autonomia, concentrazione e benessere senza compromettere l’accesso alle opportunità digitali, avremo una prima evidenza concreta dell’efficacia degli interventi.
Una rivoluzione ancora da dimostrare
La fase della completa autoregolamentazione sembra avviarsi verso la conclusione.
Australia, Regno Unito, Unione europea e Stati americani stanno sperimentando combinazioni differenti di soglie anagrafiche, verifiche dell’età, responsabilità delle piattaforme e restrizioni alle caratteristiche persuasive.
L’accordo con Meta segna un passaggio simbolico e giuridico importante: le piattaforme possono essere chiamate a rispondere non soltanto dei contenuti ospitati, ma anche delle decisioni con cui costruiscono i propri prodotti.
I divieti, tuttavia, non possono essere l’unica risposta. Rischiano di essere aggirati, di spostare l’uso verso servizi meno controllati e di richiedere verifiche invasive per l’intera popolazione.
La sfida consiste nel trovare un equilibrio fra protezione, libertà, privacy e accesso alle opportunità digitali.
Non si tratta di riportare artificialmente bambini e adulti in un mondo precedente a Internet. Si tratta di costruire un ambiente digitale nel quale il successo di un’impresa non dipenda dalla sua capacità di impedirci di distogliere lo sguardo.
La regolamentazione sta progressivamente passando dai soli contenuti anche al design dei prodotti. Funzionerà soltanto se riuscirà a ridurre davvero le dinamiche compulsive, senza trasferirle altrove, senza introdurre una sorveglianza sproporzionata e senza cancellare gli usi positivi della tecnologia.
La vera rivoluzione non sarà proibire ogni esperienza digitale. Sarà restituire alle persone la possibilità di scegliere consapevolmente come impiegare il proprio tempo.