
Il Confronto Bancario Europeo alla Luce del Nazionalismo Tedesco
L’offerta pubblica di scambio presentata da Andrea Orcel per conto di Unicredit, con l’intento di superare il 30% del capitale di Commerzbank, riaccende il dibattito sulle fusioni bancarie transfrontaliere in Europa. Questa operazione, concepita per avviare un dialogo con l’istituto tedesco su un’eventuale integrazione futura, ha però subito incontrato l’opposizione di Berlino. È importante notare che la resistenza proviene non solo da Commerzbank, dai sindacati e dal governo di destra, ma anche dal gruppo parlamentare del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), che ha categoricamente rifiutato il tentativo di acquisizione della seconda banca tedesca.
Antonio Misiani, responsabile economia e finanze del Partito Democratico, ha dichiarato che sarebbe opportuno un intervento politico a sostegno del dialogo. “Ritengo sia fondamentale che il governo italiano intrattenga un confronto con quello tedesco per supportare questa operazione”, ha affermato all’AdnKronos, commentando le resistenze tedesche. Secondo Misiani, si tratta di “un’operazione in linea con l’obiettivo di formare grandi gruppi bancari transnazionali”. In Europa, molti sostengono la necessità di giungere a un’unione dei risparmi e degli investimenti, come evidenziato nel rapporto di Enrico Letta e Mario Draghi. Pertanto, sono necessarie banche “di dimensioni e capacità adeguate a tale scopo”, e Unicredit, pur essendo un’istituzione italiana, ha una forte presenza europea, rendendola idonea per questo obiettivo.
Tuttavia, a Berlino la situazione sembra bloccata, almeno per il momento. Già lo scorso giugno, il cancelliere Friedrich Merz aveva espresso una posizione molto chiara riguardo alla potenziale integrazione tra le due banche. Durante la tradizionale conferenza stampa estiva della Cancelleria, Merz aveva avvertito di “rischi di mercato” e di un “approccio ostile alla Germania che non può essere accettato”, segnalando una netta opposizione politica all’acquisizione da parte di Unicredit. Queste dichiarazioni, pronunciate mesi fa, continuano a influenzare il dibattito attuale, poiché non si tratta di una contrarietà emersa recentemente.
La finanza di sistema, contrariamente a quanto sostenuto dai fautori del ‘laissez faire’, non è una novità introdotta dal governo italiano con la questione MPS. Attualmente, il governo federale tedesco detiene ancora circa il 12% di Commerzbank, una quota residua dal salvataggio pubblico durante la crisi finanziaria del 2008-2009, e considera l’istituto un attore chiave nel finanziamento del Mittelstand. Quali possono essere i prossimi passi? Piuttosto che un’immediata scalata ostile, l’iniziativa di Unicredit potrebbe rappresentare l’inizio di un dialogo industriale che, se le condizioni politiche e di mercato lo permetteranno, potrebbe evolvere verso integrazioni più significative nel tempo. Come osserva Michele Calcaterra, professore di Corporate Finance presso l’Università Bocconi, in un contesto europeo dove le fusioni bancarie transfrontaliere sono rare e politicamente sensibili, “lo scenario più probabile nei prossimi tre-cinque anni è che Unicredit mantenga una quota di minoranza strategica attorno al 30%, oppure, eventualmente, si possa giungere a una fusione amichevole nel medio termine”.
Il professore ritiene difficile prevedere un takeover ostile a breve termine. Tuttavia, secondo fonti qualificate contattate da AdnKronos, “tra le prossime tappe da monitorare ci sono i risultati finanziari delle due banche, attesi all’inizio di maggio, che potrebbero fornire indicazioni sulle performance di ciascuna”. Inoltre, sarà complicato per i sindacati tedeschi giustificare un rifiuto verso Unicredit sulla base della salvaguardia dei posti di lavoro, se il management di Commerzbank sarà costretto a effettuare ulteriori tagli al personale per mantenere l’equilibrio finanziario.
I sindacati tedeschi, come confermato da Pietro Calì, Executive Partner di Copernico Sim, “hanno subito opposto resistenza, ma Commerzbank è in difficoltà da anni e ha già avviato licenziamenti da tempo”. La partita è solo all’inizio e rappresenta una sfida per verificare se l’Unione Europea sia realmente disposta a competere con i grandi gruppi bancari degli Stati Uniti e della Cina. (di Andrea Persili)










