
Analisi dell’Impatto Economico della Guerra in Iran
La guerra in Iran potrebbe comportare una revisione al ribasso delle previsioni sul prodotto interno lordo (Pil) per il 2026, che attualmente è stimato in crescita del 0,5% se la situazione si risolve entro la fine di marzo. Tuttavia, se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi fino a giugno, con il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, potrebbero emergere rischi significativi per l’approvvigionamento di gas e petrolio, portando a una stagnazione economica.
In uno scenario estremo, qualora la crisi si prolungasse per tutto il 2026, si prevede una recessione con un calo del Pil dello 0,7%. Le previsioni economiche primaverili del centro studi di Confindustria mettono in evidenza un clima di incertezza, delineando tre possibili scenari legati alla durata del conflitto. Questa difficoltà è riconosciuta anche dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) nel documento relativo al programma di emissione dei titoli di stato, dove si afferma che “se il conflitto in Medio Oriente dovesse continuare, gli effetti negativi sulla crescita potrebbero estendersi oltre il breve periodo, influenzando in modo persistente le condizioni di approvvigionamento energetico e la fiducia di imprese e consumatori”.
Il ministero ha previsto che eventuali modifiche alle stime di crescita del Pil saranno considerate nel documento di finanza pubblica di aprile. Gli esperti di Viale dell’Astronomia fanno presente che sono necessarie “misure urgenti, soprattutto a livello europeo”, affinché si adottino “interventi incisivi e forti per supportare le imprese”. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha sottolineato l’importanza di un “atto di responsabilità” da parte di tutta la politica, invitando sia la maggioranza che l’opposizione a collaborare: “Oggi più che mai è necessaria una responsabilità condivisa”. Lucia Aleotti, vicepresidente per il centro studi, ha ribadito la richiesta di Confindustria di coinvolgere le forze politiche in un tavolo di confronto con le imprese per affrontare le operazioni necessarie a garantire la sostenibilità delle filiere, la competitività internazionale e la capacità di mantenere produzioni esportabili.
Gli industriali avvertono che è fondamentale preparare immediatamente misure a livello italiano ed europeo per sostenere l’economia. Con il blocco dello stretto di Hormuz e i rischi per la produzione di gas e petrolio nei Paesi del Golfo, Alessandro Fontana, direttore del centro studi di Viale dell’Astronomia, ha avvertito di un possibile rischio di crisi energetica senza precedenti. Orsini ha puntato l’attenzione sull’Europa, suggerendo l’adozione di Eurobond e di un debito pubblico comune, simile a quanto fatto durante la pandemia, e la creazione di un mercato unico europeo dell’energia. In Italia, è urgente attuare rapidamente misure come l’iperammortamento, il decreto bollette, il piano casa e le Zone Economiche Speciali (Zes), considerate fondamentali per la crescita.
Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, ha garantito l’impegno del governo durante la presentazione di un rapporto, esprimendo fiducia nel superare anche questa crisi. In uno scenario pessimista, secondo gli economisti di Confindustria, la crescita in Italia potrebbe registrare una recessione anche nel 2027, con un calo dello 0,1%. Se il conflitto dovesse continuare per quattro mesi, la crescita nel 2024 sarebbe molto contenuta, con un incremento previsto dello 0,1%. Tuttavia, se le ostilità si fermassero entro marzo, nel 2027 l’economia italiana potrebbe recuperare moderatamente, con una crescita stimata al 0,6%. Per l’Eurozona, la crescita nel 2026 è prevista in frenata all’1,1%, con una ripresa al 1,3% nel 2027.
Se il conflitto in Iran si risolvesse rapidamente, il prezzo del Brent sarebbe mediamente di 78 dollari nel 2026 (rispetto ai 69 del 2025) per scendere a 65 dollari nel 2027. Il gas è previsto a 41 euro/mwh nel 2026 (da 36 nel 2025), per tornare verso i 30 euro nel 2027. Nel 2026, il prezzo combinato di petrolio e gas aumenterebbe del 12% rispetto al 2025, con un incremento del 60% se il conflitto prolungasse fino a giugno e addirittura del 133% se si protraesse fino alla fine dell’anno. Le imprese manifatturiere potrebbero affrontare un aumento delle bollette energetiche di 7 miliardi di euro in caso di quattro mesi di guerra, con un incremento di 21 miliardi se il conflitto non si arrestasse entro l’anno. Questo avrebbe un impatto diretto sull’inflazione, che, anche nel miglior scenario, è prevista in aumento dai minimi di inizio anno, con un picco vicino al 3%.
Infine, si fa attenzione alle decisioni della Banca Centrale Europea (Bce): nel migliore dei casi, il Centro Studi Confindustria prevede un aumento dei tassi dello 0,25% entro dicembre. In caso di quattro mesi di guerra, il rialzo potrebbe arrivare a un punto percentuale, e a due punti in caso di un conflitto che duri dieci mesi. Orsini ha avvertito: “Non possiamo permetterci un ulteriore fardello”.













