Benzina, diesel, trasporti e prodotti importati: il conflitto iniziato per fermare il programma nucleare iraniano ha già prodotto decine di miliardi di dollari di costi. Una parte rilevante del conto è ricaduta sugli alleati arabi degli Stati Uniti e, attraverso energia e commercio, sui consumatori di tutto il mondo

Il primo conto della guerra contro l’Iran non arriva sotto forma di una nuova tassa o di una voce nel bilancio dello Stato. Compare sul display del distributore, quando famiglie e imprese fanno rifornimento.

Da settimane gli aumenti di benzina e diesel sono diventati una presenza quasi quotidiana nei telegiornali. Il prezzo del petrolio reagisce ai combattimenti, alle difficoltà nello Stretto di Hormuz e alle notizie sui negoziati: sale quando riprendono gli attacchi e scende rapidamente quando Stati Uniti e Iran sospendono le operazioni.

Le oscillazioni del greggio non spiegano da sole il prezzo finale dei carburanti, sul quale incidono anche tassazione, raffinazione, distribuzione e cambio valutario. Il conflitto ha però prodotto una frattura evidente rispetto alla relativa stabilità precedente.

Prezzi medi mensili di benzina e gasolio auto in Italia. I valori sono espressi in euro per mille litri: 2.000 euro corrispondono a 2 euro al litro. Per benzina e gasolio il Ministero considera i prezzi praticati in modalità self-service. Fonte: Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Prezzi mensili dei carburanti.

Il grafico del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica mostra chiaramente il cambio di direzione successivo all’inizio della guerra. L’aumento più marcato ha riguardato il gasolio, che non alimenta soltanto le automobili, ma anche camion, mezzi agricoli, flotte commerciali e numerose attività produttive.

Quando aumenta il diesel, quindi, il rincaro non resta confinato al distributore. Si trasferisce progressivamente sui trasporti, sulla distribuzione e sui prezzi dei prodotti che percorrono ogni giorno le catene logistiche.

Il pieno più caro è comunque soltanto la parte più visibile di un conto economico molto più ampio.

Hormuz, il centro economico del conflitto

Lo Stretto di Hormuz è diventato il principale strumento di pressione dell’Iran.

Prima della guerra, attraverso questo stretto passavano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati, una quantità equivalente a circa un quinto del consumo mondiale. Il Fondo monetario internazionale ha definito la chiusura di fatto di Hormuz uno shock eccezionale per il mercato energetico, assorbito finora grazie alle rotte alternative, alle riserve accumulate e alla riduzione della domanda.

Questi ammortizzatori, tuttavia, non sono illimitati.

L’Iran non deve necessariamente affondare molte petroliere o distruggere interi terminali. È sufficiente mantenere un livello di rischio tale da convincere compagnie di navigazione, assicuratori e proprietari delle merci a sospendere i transiti o a pretendere maggiori garanzie.

Mine, missili, droni e piccoli battelli permettono quindi a Teheran di produrre costi enormi utilizzando mezzi molto meno dispendiosi di quelli impiegati per contrastarli.

Il danno non dipende soltanto dalle infrastrutture effettivamente distrutte. Anche il semplice rischio di un attacco genera:

  • assicurazioni più costose;
  • navi ferme in attesa;
  • carichi consegnati in ritardo;
  • deviazioni su rotte più lunghe;
  • maggior consumo di carburante;
  • contratti non rispettati;
  • capitale immobilizzato.

La guerra mostra così una forte asimmetria. Gli Stati Uniti possiedono una superiorità militare schiacciante, ma l’Iran può colpire il funzionamento economico dell’intera regione e trasferire una parte del costo del conflitto agli alleati di Washington.

Un conto difficile da calcolare

Non esiste ancora un bilancio definitivo della guerra. Le diverse valutazioni comprendono categorie differenti: spese militari, danni fisici, mancati ricavi, produzione perduta, contrazione del PIL e futuri investimenti per la ricostruzione.

Queste cifre non possono essere sommate automaticamente. Una perdita di esportazioni, per esempio, può essere già incorporata nel calo del prodotto interno lordo. Una riduzione della capitalizzazione di Borsa, inoltre, può essere recuperata in seguito e non equivale necessariamente a una distruzione permanente di ricchezza.

Le stime disponibili permettono comunque di comprendere l’ordine di grandezza raggiunto dal conflitto.

Voce Stima provvisoria
Spesa militare diretta degli Stati Uniti circa 37,5 miliardi di dollari
Valore del petrolio non prodotto nei primi 50 giorni circa 50 miliardi
Danni e perdite economiche nei Paesi del Golfo tra 70 e 90 miliardi
Riparazione delle infrastrutture energetiche iraniane fino a 19 miliardi
Danni agli asset energetici regionali fino a 58 miliardi
Piano discusso per ricostruzione e sviluppo dell’Iran almeno 300 miliardi

Il costo americano di circa 37,5 miliardi di dollari è stato comunicato dal Pentagono al Congresso ed è stato ricostruito da Reuters nella sua analisi sul costo della guerra.

È una cifra ancora parziale. Il bilancio definitivo dovrà comprendere anche il reintegro di bombe, missili e intercettori, la riparazione dei mezzi, la permanenza delle forze nella regione e gli impegni futuri necessari per proteggere basi e alleati.

Nei primi cinquanta giorni di guerra, i produttori arabi del Golfo avrebbero inoltre perso circa 50 miliardi di dollari di petrolio non estratto o non esportato. A marzo la loro produzione complessiva era diminuita di circa il 40%, secondo la ricostruzione di Reuters sulle perdite petrolifere regionali.

Il paradosso è evidente: il prezzo del greggio è salito, ma diversi produttori non hanno potuto beneficiare pienamente del rincaro perché non riuscivano a far uscire il petrolio dai propri terminali.

Per quanto riguarda i danni fisici, una valutazione di Rystad Energy ha indicato fino a 58 miliardi di dollari per la riparazione degli asset energetici regionali. Circa 19 miliardi sarebbero riferibili all’Iran, mentre il resto riguarda raffinerie, impianti petrolchimici, reti elettriche e altre infrastrutture nei Paesi coinvolti.

I 300 miliardi indicati nel memorandum tra Stati Uniti e Iran appartengono invece a una categoria diversa. Non rappresentano una stima dei soli danni, ma un possibile piano di ricostruzione, sviluppo e nuovi investimenti.

Non è ancora chiaro chi dovrebbe fornire concretamente queste risorse, con quali garanzie e secondo quali tempi. L’esperienza dei fondi annunciati per Gaza invita alla prudenza: tra capitale promesso e denaro realmente versato può esserci una distanza enorme.

Gli alleati del Golfo hanno pagato una parte rilevante della guerra

La guerra è stata avviata da Stati Uniti e Israele con l’obiettivo dichiarato di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. Le conseguenze economiche più immediate hanno però colpito duramente proprio i Paesi del Golfo alleati di Washington.

Il Corriere della Sera ha raccolto una forchetta tra 70 e 90 miliardi di dollari di danni e perdite regionali. Si tratta di una valutazione ancora provvisoria, che comprende danni materiali, riduzione delle esportazioni, interruzioni logistiche e perdita di attività economica.

Non sono stati colpiti soltanto pozzi e terminali petroliferi. Le economie regionali dipendono da una straordinaria concentrazione di:

  • porti e aeroporti;
  • impianti energetici;
  • reti elettriche;
  • centrali di desalinizzazione;
  • attività turistiche;
  • servizi finanziari;
  • grandi poli industriali.

Un missile o un drone non deve necessariamente distruggere completamente un impianto per produrre danni economici rilevanti. Può essere sufficiente interromperne l’attività, costringere il personale straniero a partire, bloccare i voli o far aumentare i costi assicurativi.

Dubai, per esempio, ha costruito buona parte del proprio sviluppo sull’immagine di centro sicuro per capitali, imprese, turismo e personale internazionale. Il conflitto ha mostrato la vulnerabilità anche di questo modello.

Le stime raccolte da Reuters sulle economie del Golfo mostrano un deterioramento molto significativo.

Paese Variazione reale del PIL prevista per il 2026
Kuwait –8,1%
Qatar –8,1%
Bahrain –5,1%
Emirati Arabi Uniti –0,5%
Arabia Saudita crescita ridotta; forte contrazione nel secondo trimestre
Oman crescita moderata

Kuwait e Qatar risultano particolarmente esposti perché gran parte delle loro esportazioni deve attraversare Hormuz. L’Arabia Saudita e l’Oman dispongono invece di oleodotti e terminali che permettono di aggirare almeno parzialmente lo Stretto.

Anche queste infrastrutture alternative, però, sono diventate obiettivi militari e non garantiscono una protezione completa. Il 30 luglio, i dati preliminari hanno indicato per l’Arabia Saudita una contrazione del PIL del 4,8% su base annua nel secondo trimestre, mentre nuovi attacchi hanno continuato a pesare sulle Borse regionali e sulle esportazioni di energia.

Per le monarchie del Golfo emerge quindi una domanda politica inevitabile: la guerra le ha rese più sicure dall’Iran, oppure le ha coinvolte in un conflitto deciso soprattutto a Washington e Gerusalemme, del quale stanno pagando una quota sproporzionata?

Il tema è ancora più delicato perché gli stessi Paesi potrebbero ora essere chiamati a finanziare un contributo economico destinato a ottenere la riapertura stabile dello Stretto.

Dopo avere pagato i danni della guerra, rischiano cioè di dover sostenere anche il prezzo della tregua.

L’Iran: il Paese più colpito, ma non isolato nei costi

L’Iran resta probabilmente il Paese più danneggiato in termini relativi.

Ha subito la distruzione di infrastrutture militari, impianti energetici, industrie, reti logistiche e installazioni civili. Le esportazioni petrolifere sono crollate nelle fasi di chiusura dello Stretto, mentre i fondi iraniani congelati all’estero non risultano ancora pienamente disponibili.

Alle distruzioni fisiche si aggiungono l’inflazione, la perdita di entrate statali e la necessità di ricostruire una parte importante della capacità produttiva.

Il piano da 300 miliardi discusso nei negoziati indica indirettamente la dimensione del problema, ma non deve essere interpretato come una valutazione ufficiale dei soli danni. Comprende anche lo sviluppo futuro e l’ammodernamento dell’economia iraniana.

Teheran è comunque riuscita a evitare che il costo restasse confinato entro i propri confini. Attraverso Hormuz e gli attacchi contro le infrastrutture regionali, ha distribuito parte delle perdite sugli avversari e sui Paesi vicini.

È questo il principale risultato della strategia iraniana: non sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, ma rendere troppo costosa e politicamente difficile una vittoria americana.

La Cina importa lo shock e può riesportarlo nei prezzi

Gli effetti economici non si fermano al Medio Oriente.

La Cina resta la principale piattaforma manifatturiera mondiale ed è il maggiore importatore di petrolio del pianeta. Gran parte delle forniture energetiche destinate alla sua industria proviene dal Golfo o utilizza rotte influenzate dal conflitto.

Quando aumentano il prezzo del petrolio, i noli e le assicurazioni, salgono anche i costi sostenuti dalle fabbriche cinesi.

Le aziende possono assorbire temporaneamente una parte del rincaro attraverso:

  • riduzione dei margini;
  • utilizzo delle scorte;
  • contratti di lungo periodo;
  • acquisti da fornitori alternativi;
  • sostegno pubblico.

Difficilmente, però, possono assorbirlo interamente per un periodo prolungato.

Gli effetti potrebbero risultare più evidenti nei settori ad alto consumo energetico o caratterizzati da merci pesanti e voluminose:

  • chimica e plastica;
  • acciaio, vetro e ceramica;
  • fertilizzanti;
  • batterie e pannelli solari;
  • macchinari e componenti;
  • elettrodomestici;
  • prodotti di largo consumo.

La maggior parte del petrolio e del gas esportati dal Golfo è diretta verso l’Asia. Secondo Reuters, prima della guerra l’Asia assorbiva circa l’80% delle esportazioni petrolifere e il 90% di quelle di gas naturale liquefatto della regione.

La Cina può quindi importare lo shock energetico e riesportarne almeno una parte nei prezzi dei prodotti.

Il consumatore europeo rischia così di pagare la guerra due volte: direttamente, quando fa il pieno o riceve una bolletta più alta, e indirettamente, acquistando beni prodotti e trasportati attraverso una catena globale diventata più costosa.

Petrolio, Borse e tassi: il premio di guerra sui mercati finanziari

Il costo della guerra non si misura soltanto nelle infrastrutture distrutte o nei barili rimasti nei terminali. Si manifesta anche nei mercati finanziari, dove ogni nuova escalation modifica rapidamente le valutazioni di azioni, obbligazioni, valute e materie prime.

Alla ripresa dei combattimenti del 13 luglio, il petrolio è salito di quasi il 9% in una sola seduta, mentre le Borse hanno perso terreno e i rendimenti obbligazionari sono aumentati. La reazione è stata ricostruita da Reuters nel suo aggiornamento sui mercati globali.

Il meccanismo è relativamente semplice.

Energia e trasporti più cari alimentano l’inflazione. Gli investitori iniziano quindi a temere che le banche centrali debbano mantenere i tassi elevati più a lungo, o perfino considerarne nuovi aumenti.

Tassi più alti significano:

  • credito più costoso per famiglie e imprese;
  • maggiori oneri sul debito pubblico;
  • valutazioni più basse per molte società quotate;
  • minore convenienza relativa delle azioni rispetto alle obbligazioni;
  • rallentamento degli investimenti.

La guerra produce così un rischio vicino alla stagflazione: prezzi più alti e crescita più debole nello stesso momento. È una combinazione particolarmente difficile per le banche centrali, perché ridurre i tassi per sostenere l’economia può alimentare ulteriormente l’inflazione.

L’impatto non è però uniforme. Alcuni settori beneficiano della crisi, mentre altri ne sopportano il peso maggiore.

Settori favoriti Settori penalizzati
Petrolio e gas Compagnie aeree
Difesa e sicurezza Turismo e alberghi
Trading energetico Trasporti e logistica
Alcune materie prime Industria ad alto consumo energetico
Produttori di sistemi antimissile Imprese dipendenti da importazioni e componenti

Le grandi compagnie energetiche hanno tratto vantaggio dai prezzi più elevati e dalla volatilità. Shell, per esempio, ha registrato nel secondo trimestre un utile vicino a 9,8 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, grazie anche ai maggiori margini nel petrolio, nel gas e nel trading.

Per altri settori, invece, il rincaro del carburante e l’incertezza geopolitica riducono i profitti attesi.

Le Borse del Golfo reagiscono direttamente agli attacchi, alle interruzioni delle esportazioni e al peggioramento delle prospettive economiche. Anche quando le perdite giornaliere sembrano limitate, la crisi può pesare nel tempo attraverso una minore fiducia degli investitori e un premio di rischio più elevato.

Le pause nei combattimenti producono il movimento opposto. Tra il 25 e il 28 luglio, tre giorni senza nuovi attacchi hanno contribuito a far scendere il Brent di circa il 16%, mostrando quanto il mercato sia sensibile anche alle minime aperture diplomatiche.

Il petrolio continua comunque a incorporare un premio di guerra. Il 30 luglio il Brent si muoveva intorno ai 91 dollari al barile e il WTI sopra gli 84 dollari, mentre gli analisti sottolineavano che il rischio non sarebbe scomparso finché il passaggio sicuro attraverso Hormuz fosse rimasto incerto.

Le perdite di capitalizzazione registrate nelle fasi di maggiore paura non devono essere confuse con denaro definitivamente distrutto: parte del valore può essere recuperata quando torna la fiducia. Ma la volatilità ha comunque conseguenze concrete, perché aumenta il costo del capitale, ritarda investimenti e rende più fragile il finanziamento di imprese e Stati.

Quanto è stato ottenuto in cambio?

Per valutare il costo della guerra non basta sommare spese e distruzioni. Bisogna confrontarle con il risultato politico e militare ottenuto.

Donald Trump sostiene che l’intervento fosse necessario per proteggere il mondo dalla possibilità che l’Iran costruisse un’arma nucleare.

Il memorandum negoziato durante la prima tregua conteneva una frase molto netta: l’Iran non produrrà mai armi nucleari. Manca però ancora un accordo definitivo che trasformi questa dichiarazione in un sistema verificabile.

Restano da stabilire:

  • la durata della sospensione dell’arricchimento;
  • il destino dell’uranio già accumulato;
  • le modalità delle ispezioni;
  • il controllo degli impianti;
  • le conseguenze automatiche di eventuali violazioni.

Finché queste questioni non saranno risolte, sarà difficile stabilire se le decine di miliardi spese e perdute abbiano prodotto un beneficio proporzionato.

Gli alleati arabi degli Stati Uniti hanno già subito danni economici, riduzione delle esportazioni e attacchi alle proprie infrastrutture. Potrebbero ora essere chiamati a contribuire economicamente a un sistema che garantisca la navigazione attraverso Hormuz e riconosca all’Iran una qualche forma di compensazione.

Il risultato è un paradosso: i Paesi del Golfo rischiano di pagare prima il prezzo della guerra e poi quello necessario per fermarla.

Il resto del conto continuerà ad arrivare alle famiglie e alle imprese attraverso carburanti, bollette, trasporti, assicurazioni, tassi d’interesse e prezzi dei beni importati.

Ed è proprio il numero esposto ogni giorno al distributore a ricordare che, in un’economia globale, anche una guerra combattuta a migliaia di chilometri può entrare rapidamente nel bilancio di tutti.