
Procedura d’infrazione: la situazione dell’Italia e le sfide in arrivo
In risposta a un’interrogazione in Senato, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha sottolineato che la questione del disavanzo non riguarda solo i conti pubblici, ma anche la reputazione del Paese. L’intento era quello di liberarsi al più presto dello stigma di essere in procedura d’infrazione per eccesso di disavanzo. Tuttavia, l’Italia ha perso l’opportunità di chiudere anticipatamente il procedimento e di uscire dal braccio correttivo del Patto di Stabilità e Crescita. Attualmente, Roma è in procedura insieme ad altri nove Stati membri: Austria, Belgio, Bulgaria, Finlandia, Francia, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Romania. L’Italia è entrata in questa procedura nel 2024, quando il rapporto tra deficit e PIL è balzato al 7,4% a causa dei costi del Superbonus 110%. Gli Stati dell’Eurozona sono infatti tenuti a rispettare regole di bilancio rigorose, che impongono di mantenere il debito sotto il 60% e il deficit sotto il 3%.
Cosa deve fare l’Italia?
Il 21 gennaio 2025, il Consiglio europeo ha adottato una raccomandazione che impone all’Italia di porre fine al disavanzo eccessivo entro il 2026. Le decisioni dell’Unione Europea comportano una limitazione dei margini di manovra per il governo, che dovrà rispettare scadenze e parametri di spesa. Le raccomandazioni stabiliscono limiti specifici per la crescita nominale della spesa netta: 1,3% nel 2025 e 1,6% nel 2026.
Tali indicazioni forniscono allo Stato gli aggiustamenti necessari per rientrare nei parametri di bilancio e prevenire squilibri. L’Italia, che non ha diritto di voto durante le riunioni che decidono sull’avvio della procedura, è tenuta a presentare un piano di rientro credibile. Qualora gli Stati non rispettino le indicazioni del Consiglio, su proposta della Commissione Europea, potrebbero essere imposte sanzioni, che potrebbero arrivare fino allo 0,05% del PIL.
Essere in procedura complica ulteriormente la richiesta di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale sulle spese in difesa, che è stata estesa anche alle spese energetiche a seguito della crisi dei carburanti scatenata dalla guerra nel Golfo Persico. Se un Paese non è in procedura, può richiedere flessibilità senza entrare in procedura, anche se il deficit supera il 3%. Al contrario, un Paese già soggetto al braccio correttivo è obbligato a ridurre il deficit sotto il 3%, includendo anche le spese coperte da flessibilità, rendendo così più arduo il percorso di rientro nei limiti stabiliti dall’Unione Europea.










